Stilus Magistri

Testo ed annotazioni della poesia in vernacolo : Abbasc a la Grotte!

Il valore del vissuto accanto a mio padre Giovanni e a nonno Peppino

ABBASCE A LA GROTTE
(del maestro Peppino di Nunno)

M'arrecorde quanne jève criatéure
ca dope venemète
ascennève che d'attàneme
abbasce a la grotte.
Che li lazze attacchète
a li cambanidde de firre
rutelévene le vutte
che li culacchie appuggète
sape a do ascennetéure de chianghe
e abbasce le cucchévene sàupe a li puste .

U nonne u purtémme enzime che respétte
e poje jève prateche de grutte,
da uagnàune avève tagghjiète u téufe cu zappàune
abbasce ala grotte du Salnetère .

Jô, la veretèje, nu picche m'embrussiunève
a stè sott'a térre all'aschéure,
menu mèle ca ognè tande jissève nu lucernère .

Attàneme, ce stève u léupe jinde a la votte ,
la spurteddève che fè jessòie u furtàure de la fézze,
poje se caléve jinde e me dève vàuce
"accuste la lucernédde ca nanz' affitte!"

Séuse o stabeleménde attàneme
dève pète do volte u jurne
che meschè la lunazze e fe coce le muste,
all'ùteme se scève a sbaddè
e jinde o zufàune le mire ascennève
abbasce a la grotte jinde a la votte
o frische e all'aschéure.


Péure u nonne s'arrecurdève
quanne jève vacandòie…
"prôme de la guérre
le mire s'ascennève
che la pédde de la crèpe
e ce capévene do quartère.
Ogne sìdece quartère
u nagghjìre abbasce a la grotte
segnève cun gisse sape a la votte
e gredève… na salme! "


Dope Tutte li Murte turnève che d'attàneme
e o serène scémme a travasè…
tanda standenaminde che fè le mire
e poje a chèse a la tavele se sentève:
"falle assaprè ne stizze o meninne".


One passète li tìmbe triste de la guérre,
scappévene tutte abbasce a le grutte
quane arruève u bumbardaménde a trademìnde,
tande stévene chiù de cinde stabelemìnde .

One passète li tìmbe de tataranne
quanne se scève all'angalzenìtte cu paiòse
e fore a zappè che la cappe engùdde
ame fenéute de sciuquè a Feselicchjie,
u nonne s'assétte ennanze o suttène
e ogne màise sigge la penziàune.

Le grutte one rumèse arrucchète
e le mire de Canàuse su portene a pajòse frestìre
che mette u bulle, vino doc.

Le grutte abbandunète
péure lore on' envecchiète,
accumménzene a scuffelè
e danne tande da penzè,
le casere allesiunète
e le stradere sbarréte.

Abbasce a la grotte
o rumèse la storie jinde a la votte ,
li vascidde vacande che la palùscene,
li lucernère atterrète
e la lucernédde… s'ò stutète!




Annotazioni:
La poesia contiene il valore del vissuto accanto a mio padre Giovanni e a nonno Peppino e rappresenta un tassello della civiltà contadina. Il testo è stato composto nel 1986 , costituendo più che un valore poetico, il sigillo di un'impresa faticosa, rischiosa e politicamente osteggiata, al termine di una esplorazione, di un censimento inedito e di uno studio di circa 100 cavità le cui relazioni e diapositive, presenti agli atti del Comune di Canosa, furono presentate direttamente alla Prefettura di Bari e al Ministero della Protezione Civile nell'epoca del ministro Zamberletti e dell'ing. Campanella. Le cantine costituivano un patrimonio cittadino ed in minima parte potevano essere salvaguardate come risorsa di cantine vinicole, mentre almeno un tinale avrebbe meritato il vincolo e la destinazione a museo della civiltà contadina, mentre si sta terminando un risanamento in sicurezza delle cavità.

Il testo originario del 1986, di cui sono l'autore, costituisce l'univa fonte autentica, che altri hanno integrato di propria iniziativa, e mi è stato riconsegnato nel 2008 dalla collega di scuola Clementina Di Biase e da amici di Milano, Sabino D'Amico e Gino Serlenga. Dopo un'odissea di 22 anni, viene pertanto pubblicato il 27 aprile del 2008 nella fedeltà del testo originario, avvalendosi delle didascalie elaborate successive alla composizione. L'amico Gino Serlenga da Milano è presente nella pubblicazione del 27 aprile 2008 con l'amico Mariano di Canosaweb, giù nella cantina dell'amico sig. Gino di Palma che ringraziamo vivamente.Abbasce a la grotte rileggiamo l'iscrizione del graffito su tufo "VIVA GESU' VIVA MARIA".

Li cambanidde: erano due anelli enormi di ferro situati all'esterno all'ingresso della grotta, cui venivano legati due robuste funi (li lazze) per far rotolare simultaneamente le botti di legno su due scivoli di pietra fino in fondo. Lo stesso procedimento inverso veniva effettuato per far risalire le botti all'esterno per la necessaria manutenzione del mastro bottaio (u vuttère).
Li puste: erano dei binari di tufo posizionati in fondo alla grotta lateralmente, sui cui erano situate le botti.
La grotte du Salnetère: cavità di proprietà Lomuscio in via Imbriani, cosiddetta perché utilizzata anche come fabbrica
del Salnitro (nitrato di potassio) usato nella miscela della polvere da sparo. Si tratta comunque di una enorme cavità labirintica a doppio livello.
Lucernère: il lucernaio era una botola scavata sulla volta della cavità fino alla superficie. Veniva incamiciata con conci di tufo per attraversare i terreni alluvionali soprastanti.
I lucernai servivano per dare luce ed aria alla cavità sottostante ed anche per far risalire con carrucole il tufo estratto. I lucernai spesso costituivano insidie se lasciati incustoditi e senza griglie di protezione, mentre nel 900 talvolta collassavano come inghiottitoi . Considerando un numero minimo di tre lucernai per ogni cavità, su 150 cavità esistenti sotto l'abitato si possono rilevare circa 450 lucernai.

U léupe: si tratta della formazione di anidride carbonica e di esalazioni venefiche dalla feccia del vino, che si
sedimentava sul fondo della botte e che dopo lo svuotamento andava rimosso per la pulitura della botte.
Lucernédde: lucerna di terracotta la cui fiammella, alimentata ad olio d'oliva, costituiva la flebile luce per scavare il tufo e per scendere nelle cantine tufacee dei tinali.
Deve pète: si tratta di rimescolare (dare piede) con un'asta i mosti per far entrare in contatto i bacilli della fermentazione presenti sulla pellicola degli acini d'uva (la lunazze) e favorire la formazione del vino. Questo momento avveniva in nicchie esterne (li pestéure) del tinale (u stabeleménde) . In sèguito si provvedeva a svinare ( sbaddè), cioè a trasferire il vino in fondo alla cantina nelle botti con uno stantuffo idraulico manuale.

Pédde de la crèpe: otre composto da un'intera pelle di capra conciata e cucita, utilizzato per liquidi (vino o olio). La
capacità corrispondeva a circa 22-25 litri. Il nonno ricordava le zampe sulle spalle utilizzate per sostenere l'otre.
La signora Savina Di Nunno di anni 83 in via Carlo Alberto è testimone di questo mezzo di trasporto sulle spalle.
Un otre simile figura anche nell' antica Grecia. Gli operai addetti a portare sulle spalle la pédde de la crèpe, come di altri lavori pesanti, erano li vastèse (parola che deriva dal greco Bastazo, verbo che significa "sollevare"; La B nel greco moderno si è trasformata in V. Erano i caricatori dei porti ellenici. La parola ha poi assunto significato metaforico di persona rozza e villana).

Nagghjìre: era il governante del tinale o del frantoio. Il termine corrisponde al "nocchiero" che governava la nave.
Salma: la salma era una unità di misura di capacità e corrispondeva a circa 160 litri con l'equivalente di 4 barili (un
barile contiene 43 litri), o di 16 quartare o 16 staja napoletane (una quartara o uno staio contiene 10,08 litri).
Lo stajo napoletano corrispondeva ad un peso di 10 rotoli, ove il Rotolo (pl. Rotola) era l'unità di peso di 0,89 Kg.
Stabeleminde: era il tinale con la cantina sottostante nella cavità di tufo; si possono censire a Canosa più di 100 tinali e Cantine, come attesta una mia relazione di censimento trasmessa agli atti del Comune di Canosa e datata il 15 aprile 1985.

Sigge: il verbo in vernacolo "siggere" deriva dal latino exigěre che significa riscuotere.
Votte: la botte costituiva anche un'antica unità di misura dell'800 (la botte napoletana) corrispondente a 523 litri (circa 12 barili) , utilizzata anche per misurare la stazza e le dimensioni di una nave. Le botti erano costituite comunemente da legno di castagno o raramente da pregiato legno di rovere. L'artigiano addetto a realizzare le portelle in legno della botte era chiamato "u emberteddatàure".

Ad ogni prelievo di vino dalla botte, ricordo la collocazione dello "zolfanello (cordoncino di canapa intinto nello zolfo)
acceso entro il foro superiore della botte e con il tappo sovrapposto, che ne provocava lo spegnimento.
Questa tecnica, detta abbucciamento di zolfo nella botte, consentiva che lo zolfo, combinato con l'ossigeno atmosferico, originava anidride solforosa, gas con effetto antisettico: esso regola la fermentazione alcolica e protegge il vino dai batteri. Lo zolfanello accesso si spegneva sottraendo l'aria residua nella botte e proteggendo meglio il vino da ossidazione
Vascidde: si tratta di botti di piccole dimensioni il cui termine richiama il "vascello", cioè piccola nave da carico o di servizio.
6 fotoAbbasc a la Grotte! - Peppino Di Nunno
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