È stata presentata questa mattina in conferenza stampa la mozione sottoscritta dai gruppi di maggioranza M5S, Pd, Per la Puglia e Prossima sul cosiddetto Ddl Bongiorno, per chiedere alla Giunta, per quanto di propria competenza, di attivarsi con il Governo nazionale e il Senato affinché vengano riconosciuti come violenze gli atti sessuali senza consenso libero e attuale. Ad illustrare i dettagli della mozione la capogruppo del M5S Maria La Ghezza, il capogruppo del Pd Stefano Minerva, il capogruppo di Per La Puglia Ruggiero Passero, il consigliere di Prossima e presidente della III Commissione Felice Spaccavento, la consigliera Pd e presidente della V Commissione Loredana Capone e l’assessora Marina Leuzzi.
Il Disegno di legge “Modifica dell’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso” così come riformulato al Senato dalla presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno, incide sulla definizione giuridica del reato di violenza sessuale e, in particolare, sul ruolo del consenso della persona offesa. Sono tante le critiche nei confronti del testo base adottato dalla Commissione Giustizia del Senato, che evidenziano come la riformulazione adottata si discosti in modo significativo dal modello del consenso approvato all’unanimità dalla Camera dei deputati con il disegno di legge 1693, frutto di un ampio confronto parlamentare e con la società civile. Il modello del consenso approvato dalla Camera fonda la definizione di violenza sessuale sull’assenza di un consenso libero, esplicito, attuale e revocabile, in linea con la Convenzione di Istanbul e con le più avanzate legislazioni europee, mentre il testo base adottato al Senato reintroduce in modo surrettizio una centralità del dissenso, ponendo l’attenzione su comportamenti di resistenza, opposizione o rifiuto, anziché sulla responsabilità di chi compie l’atto di verificare la presenza di un consenso. Un’impostazione che rischia di riprodurre schemi culturali e giuridici già ampiamente criticati, nei quali l’onere della prova e della credibilità ricade sulla persona che subisce la violenza. Il testo base omette di riconoscere esplicitamente che il silenzio, l’immobilità, lo shock, la paura o la dissociazione non possono mai essere interpretati come consenso, in contrasto con le evidenze scientifiche e con le pratiche di tutela delle vittime
“Una riforma della disciplina della violenza sessuale – è stato spiegato in conferenza stampa – non può prescindere da un chiaro riconoscimento del principio secondo cui solo un sì è sì, e che ogni altra situazione costituisca violenza. Riteniamo sia dovere delle istituzioni territoriali farsi interpreti delle istanze della società civile e delle organizzazioni che operano quotidianamente per il contrasto alla violenza di genere. Per questo nella mozione chiediamo alla Giunta di farsi interprete della volontà del Consiglio regionale per sollecitare il pieno recepimento del modello del consenso già approvato all’unanimità dalla Camera dei deputati, in coerenza con la Convenzione di Istanbul e con le richieste delle associazioni femministe e antiviolenza. Chiediamo anche di sostenere ogni iniziativa istituzionale volta a garantire una normativa chiara, efficace e rispettosa dei diritti e dell’autodeterminazione di tutte le soggettività oppresse, in particolare delle donne. Non possiamo tornare indietro di decenni sul tema del consenso”



































