Mentre il dibattito nazionale si concentra su riforme sistemiche, le Province sopravvivono in un “limbo” istituzionale che sottrae potere ai cittadini. Nati come enti di prossimità, sono diventati oggi il simbolo dell’autoreferenzialità politica. Dalla Legge Delrio del 2014, le Province sono “enti di secondo livello”: sindaci e consiglieri votano sé stessi, escludendo 59 milioni di italiani dal controllo della spesa. Le recenti elezioni provinciali nella BAT (Barletta AndriaTrani) dello scorso 12 aprile 2026 sono il manifesto dell’ingovernabilità. Un consiglio spaccato, un Presidente senza maggioranza e il rischio concreto di uno stallo amministrativo totale. Quando la politica si riduce a un’aritmetica tra pochi eletti nei corridoi dei municipi, il rischio di “compravendita” di voti diventa sistemico. In questo contesto, il lobbismo locale trova terreno fertile, protetto dall’oscurità di elezioni che non interessano ai media, ma che decidono il destino di fondi milionari.
Emblematico di questo cortocircuito è il caso della discarica di Tufarelle. Un territorio martoriato dove, tra autorizzazioni provinciali e divieti regionali, a vincere sono state spesso le lobby dei rifiuti, capaci di infilarsi nelle crepe di una burocrazia frammentata mentre i cittadini restano schiacciati tra decisioni contraddittorie e minacce alla salute. Stesse considerazioni valgono per la viabilità e la triste vicenda della SP2.
La soluzione proposta dal governo — il ritorno all’elezione diretta — appare come una medicina peggiore del male. Con un astensionismo che al Sud sfiora il 50%, riportare i cittadini al voto per le Province non restituirebbe democrazia, ma legittimerebbe solo i “portatori di voti”. A votare sarebbero solo i “clienti” legati a pacchetti di voti predefiniti, trasformando l’ente in una roccaforte legale per politici locali a libro paga dei potentati di turno.
Ancor più preoccupante è la spinta verso l’Autonomia Differenziata. Questo “federalismo all’italiana” rischia di essere il colpo di grazia alla coesione nazionale, istituzionalizzando le sacche di corruzione esistenti. Delegare più poteri a Regioni già inefficienti significa creare venti piccoli Stati con regole diverse, moltiplicando i centri di spesa fuori controllo e rendendo la lotta alla corruzione un’impresa impossibile per la magistratura e gli organi di garanzia.
È tempo di invertire la rotta. La vera riforma non è il decentramento, ma il ritorno alla centralità dello Stato. Eliminare Province e Regioni non è un atto di autoritarismo, ma di efficienza e giustizia sociale. Uno Stato centrale forte garantirebbe:
1. Controllo Unico della Spesa: I soldi dei contribuenti verrebbero gestiti da un’unica regia nazionale, riducendo drasticamente le stazioni appaltanti e rendendo i flussi finanziari tracciabili e trasparenti.
2. Fine del Clientelismo di Prossimità: Spostare il potere decisionale dai territori ai ministeri e ai prefetti tecnici spezzerebbe i legami malsani tra politici locali e lobby economiche.
3. Uguaglianza nei Diritti: Solo una gestione centrale può assicurare che la sanità, i trasporti e la tutela ambientale siano uguali da Bolzano a Canosa, senza cittadini di serie B.
La centralità dello Stato non è un ritorno al passato, ma l’adozione di un modello di controllo digitale e centralizzato della spesa. Quando ogni euro pubblico è tracciato da un’unica regia nazionale, spariscono le zone d’ombra dei bilanci provinciali e regionali dove oggi si annidano consulenze d’oro e appalti su misura. L’Italia ha bisogno di una catena di comando corta, chiara e responsabile. Il coraggio di una riforma costituzionale che riporti il potere nelle mani dello Stato è l’unico modo per sottrarre il futuro del Paese dalle grinfie di chi ha fatto del decentramento il proprio bancomat politico.
Dott.ssa Brigida Anna Maria D’Aulisa



































