La realizzazione di questo manuale di grammatica del dialetto di Canosa di Puglia consente di collocare un altro piccolo tassello mancante a quel progetto di ricostruzione storico-linguistica del nostro patrimonio immateriale così gravemente depauperato nella sua originalità. Il nostro idioma che per lessico, ortografia e sintassi affonda le sue radici nella notte dei tempi e nella storia millenaria del nostro paese, ha attraversato secoli e dominazioni stratificandosi nel tempo fino ai giorni nostri. Dopo le prime colonizzazioni greche esso ha subito influssi verbali dai conquistatori romani, longobardi, saraceni, bizantini, normanni, svevi, francesi e aragonesi inglobando termini e culture di quei popoli che si riscontrano ancora oggi nel linguaggio quotidiano. Questa piccola ma significativa opera che potrà servire da prologo ad uno studio glottologo più approfondito del dialetto vuole essere un ausilio per quanti vorranno addentrarsi ed orientarsi nei meandri della nostra lingua vernacolare priva di fonti scritte. La mia ricerca, frutto di studio, approfondimenti e comparazioni rimane una mia personale interpretazione riguardo all’ortografia e non vuole avere alcuna velleità o presunzione di inequivocabili ed inconfutabili asserzioni bensì vuole offrire “ob amore patire” un contributo alla nostra cultura popolare. Oggi che assistiamo sempre più inermi all’inesorabile sgretolamento di originalità della nostra lingua madre abbiamo l’urgenza e l’esigenza indifferibile di tracciare una linea guida di scrittura e di regole il più rispondente e fedele possibile alla nostra parlata sì da poter offrire un indirizzo linguistico da tramandare e da offrire ai neodialettali che si dedicano allo studio ed alla scrittura del dialetto. Per questo diventa improcrastinabile recuperare dai meandri della nostra memoria storica quello che si è perso e si sta perdendo fagocitato per sempre nell’oblio da processi aggressivi e globalizzanti che inesorabilmente attentano all’emblema per eccellenza della nostra identità culturale.
P R E F A Z I O N E
Il dialetto come l’italiano è una lingua di origine neolatina con le sue regole e le sue peculiarità che possiamo con la dovuta attenzione rilevare nei particolari fonosintattici del parlare quotidiano e trascriverlo morfologicamente corretto in conformità con gli orientamenti di insigni studiosi di dialettologia pugliese. Bisogna comunque accuratamente ricercare attraverso l’ascolto e il riascolto continuo dei termini quei fonemi che il nostro sistema fonologico prevede e che meglio ci indirizzano a trascrivere la lingua orale con quella scritta.
NOTE DI FONETICA
Il nostro dialetto ha un suono aspro e virile per via dell’esuberante “consonantismo”(sistema fonologico tipico dei dialetti appuli) che consiste nella eccessiva sonorizzazione delle consonanti dovuta alla “e” (muta) sia nel corpo che in fine di parola. Il nostro lessico è improntato prevalentemente su parole “piane”( con accento sulla penultima sillaba) le parole tronche, quelle con l’accento sull’ultima sillaba, riguardano prevalentemente i verbi all’infinito (mangé, trué, vedá, lué…).
Tutti i termini dialettali hanno una propria vocale tonica sulla quale va posto l’accento di riferimento per meglio evidenziare la maggiore intensità fonica ed orientare il lettore ad una corretta pronuncia che tenga conto anche degli innumerevoli casi di omonimia; quelli inizianti con le vocali a-e-o-u hanno suono introduttivo anteponendo la semivocale “j”che cade allorché preceduta dall’articolo, la vocale “i” non subisce tale fenomeno (es. jànne-l’ànne; jérve-l’érve; jòme-l’òme; júrsce-l’úrsce). Si precisa che per esemplificazione diacritica e per favorire la lettura del testo sono stati usati solamente tre accenti di riferimento come di seguito riportati.
– la vocale “e” (muta) sonorizza molto la consonante di appartenenza e non viene accentata e pronunciata ma va sempre comunque scritta sia nel corpo che in fine di parola al contrario viene pronunciata solo quella accentata e la congiunzione; es. bbèlle e ssengère>va letta con sonorizzazione delle relative consonanti: bbèll e ssngèr.
L’accento sulla vocale iniziale di una parola rafforza il suono consonantico seguente, es.: àbbrele, áltene, àmece, érpece, èleche, òzze, òme, ùgghje, ùcchje.
VOCALI
a – si pronuncia normalmente eccetto dov’è accentata (addà=dove, abbadè>badare);
á – con accento acuto (furbástre=furbastro, desástre=disastro, sárte=sarto);
à – con accento grave (àneme=anima, sàule=sole, avàste=basta);
e – è sempre muta sia nel corpo che in fine di parola, va letta però solo se accentata,
e quando è congiunzione ma sempre scritta (vànne e vvènnene=vanno e vengono);
è – ha suono aperto e accento grave (mèje=mai, strète=strada);
é – ha suono stretto e accento acuto (dénde=dente, séule=solo);
i – si pronuncia normalmente e cade davanti alle parole che iniziano con:
ND, NG, NN, NZ, MB, MM, in questo caso viene nasalizzata (‘ndèrre=per terra,
‘ngùdde=addosso,’nnánze=davanti, ‘nzene=in grembo,’mbùsse=bagnato,
‘mmène=in mano);
ì – con accento grave (penzìre=pensiero, mìre=vino);
í – con accento acuto (sínze=senno; cínghe=cinque));
je – vocale turbata o semivocale (mùje=adesso, pòje=dopo);
jé – suono allungato con la é stretta (megghjérme=mia moglie);
jè – suono stretto con la è lunga (majèle=maiale, mèje=mai, jèlle>sfortuna);
ji – suono allungato con la i sonora come se ce ne fossero due consecutive
(chjitre=gelo, chjise=chiesa, jidde=lui);
jì – suono allungato con la” i “accentata (jìve=eri, ajìre=ieri);
jí – suono allungato con la í stretta ( jínde=dentro, chjínghe=tegola).
jò – suono allungato e accentato come in (jòsce=oggi, brascjòle=involtino).
jó – suono allungato e accentato come in (jónge=ungere, jórdene=ordine).
o – si pronuncia normalmente (motòre=motore), all’inizio di parole comincianti con
“o” cambia a volte la vocale iniziale in “u”e”a”(occhio>ùcchje, oliva>alòve).
ò – con accento grave (fanòve=falò) ha un’evoluzione fono-morfologica in corso
(es. matòne>matene>mattino, faciòme>faceme>facciamo, tòne>tene>tino).
ó – con accento acuto (córte>corta, pórte>porta).
ô – vocale turbata con accento circonflesso:checôje=ombelico,pecundrôje=ipocondria
ha una evoluzione fono-vocalica in corso da jô in je: jôje=jeje, môje=meje.
u – si legge normalmente (‘mbuchèje>attizzare, tufère>cava).
ù – con suono aperto e accento grave (rùcele>tegame, sùste>arrabbiatura);
ú – con suono stretto e accento acuto (túrte>torto, cúnzele>consolo, cúnde=conto).
Le vocali “a”- “e” –“u” spesso esigono il raddoppio consonantico del termine cui si riferiscono: es. a mmánge, a ddórme, e ssùne, e ccánde, u mmèle, u bbène,…
La “O” cavallo di battaglia del sistema fonologico dialettale è una semivocale in continua evoluzione con cambiamento variabile in “E”, a volte è anche ambivalente a seconda dei relativi termini (es. Savòne>Savene, tòne>tene, matòne>matene).
CONSONANTI
La consonante semplice di tutti i termini dialettali che iniziano in BA,BE,BI,BO,BU,GI,GE si raddoppiano ( es. bbànne, bbèlle, ggiglje, ggelète) mentre altri termini in italiano nella traduzione in dialetto possono variare o raddoppiare sia nel corpo che in fine di parola in presenza della preposizione IN(‘n) e dell’avverbio NON (nan):es. in bocca> ’mmòcche ;in mano>’mmène; incanto>’ngánde; in faccia>’mbàcce; insieme>’nzìmme; non canta>nan ‘ngánde; non so>nan zàcce; campo>cámbe; confetto>cumbètte; in petto>’mbìtte; in cielo>’ngìlle.
b – iniziale o interna diventa v (barba=várve, jérve=erba) o f (braciere=frascìre)
c – iniziale ha suono dolce o duro (cínde=cinta, cánde=canto), dopo la n diventa g
(‘ngóndre=incontro,’ngandète=incantato);
d – iniziale conserva il suono come in italiano (dìce=dieci, déue=due);
f – iniziale si legge normalmente, dopo la negazione “nan“si sonorizza in b (nan
bèce ninde=non fa niente) o in m in presenza di un’aferesi (‘mbrónde=in fronte)
g – iniziale cade davanti ai dittonghi ua, ue (uèje=guaio, uèrre=guerra), muta in sce
davanti a i ed e ma non sempre (scenùcchje=ginocchio, scírne=genero);
h – si usa negli ausiliari essere e avere al passato prossimo nella 2 e 3 persona sing.
e nella 3 plurale: ha stète, ho stète, hone stète (sei stato, è stato, sono stati);
l – iniziale non subisce variazioni, interna a volte raddoppia (callàure=calore) a
volte cambia in dd (cavàdde=cavallo) o cambia in r (curtìdde=coltello)
m – iniziale resta invariata, interna cambia o raddoppia (ammachère=almeno,
gàmme=gamba) salvo le dovute eccezioni;
n – iniziale non subisce mutamenti, all’interno varia e si sonorizza davanti a
consonanti (‘ngànne=in gola, ‘nzìme=insieme) davanti a m, p, b e f si assimila e
si sonorizza in m (in faccia=’mbàcce, in braccio=’mbràzze, in piedi=’mbìte);
p – davanti ai dittonghi ia, ie diventa chja,chje (chjàne=piena, chjène=piano) interna
cambia in b (cámbe=campo, sémbe=sempre);
q – iniziale non muta (quánde>quanto, quère>quella);
r – non subisce variazioni (ròse>rosa, rese>risata);
s – dopo la negazione non=nan cambia in” z” (nan zàcce=non so) interna
diventa z se preceduta da n o l (‘nzalète=insalata, sálze=salsa, sánze>sansa).
t – iniziale o interna diventa “d” se preceduta da n (nan dánde=non tanto, nan dìne=
non tieni, u ‘ndòneche=l’intonaco);
v – a volte inizialmente varia in b (valigia=bbàlece, vigna=bbìgne) all’interno
può anche raddoppiare in b (abbambète=avvampato);
z – iniziale o interna può essere sorda o sonora (zúmbe=salto, zuchelìcchje=cordina,
zàuche=corda, ziène=zio, calzàune=calzone, calzìtte= calzini).
APOSTROFO
L’apostrofo si usa come in italiano, quando s’incontrano due vocali e la prima cade sostituita dall’apostrofo (l’èue, l’ùcchje), o davanti a gruppi consonantici che sono contraddistinti da un’aferesi: ‘nd,’ng,’nn,’nz,’mb,’mm: ‘ndánde, ‘ndunète,’ndùtte, ‘ngínze,’nnánde,’ngúrpe, ‘nzòmme, ‘mbàcce, ‘mmèzze.
EUFONIA
Per evitare la cacofonia con due parole vicine che terminano ed iniziano con la vocale nel nostro dialetto viene applicata la regola dell’eufonia con l’inserimento della lettera “D” che si raddoppia in presenza dell’articolo femminile plurale “le” es. le dd’òve, le dd’ùgghje, le dd’ácure, le dd’ùgne, fermo restando il raddoppio consonantico anche dei nomi preceduti dallo stesso articolo es. le ppène, le ssòre, le bbèlle, le ccárte…
Si applica l’eufonia anche davanti ad alcuni nomi inizianti con la vocale “a” o dopo le preposizioni “a” e “che” (d’attràsse, d’acìzze, d’acchessì, ad abbénge, ad acchjé a vvàve, a ppárte, che d’aducchjé che d’anghiané, che ddórme, che mmangé…);
Altra peculiarità fono-morfologica è la vocale “A” in fine di parola quando è seguita da altro nome o aggettivo per dare risalto al termine (es. strèta lónghe, màmma màje);
o davanti a nomi o verbi che richiedono il raddoppio fonosintattico della consonante iniziale (es. a ccandé, a ffèje, a ssunèje, a ttùne, a ttímbe, a mmùdde, a cciambète).
Anche la “E” congiunzione richiede il raddoppio fonosintattico della consonante del termine che segue (es. e ppigghje, e vvàve, e ddàlle, e ssínde, frète e ssòre…).
DITTONGHI
àu – si pronuncia normalmente e vuole l’accento grave sulla à (sàule=sole);
ài – con l’accento grave come in àu ma con la tendenza alla scomparsa della “i” (fàite=fede, sàire=sera);
éu – vuole sempre l’accento acuto sulla é (séule=solo, jéune=uno);
iè – vuole sempre l’accento grave sulla e (fiète=fiato, tièdde>teglia);
òi – in disuso con la “i “quasi scomparsa e la “o” semivocalica tendente alla “e.
I dittonghi ai ed oi di probabile origine osca, hanno una evoluzione fono-vocalica in corso che comporta una caduta di originalità delle parole:
es. sàire>sàre>sera; matòine>matòne>matene>mattina;
Savòine>Savòne>Savene>Savino.
SCE
Si pronuncia normalmente come nelle parole: pèsce=pesce se però è seguita dal suono aspro CA, CO, CU, CHE, CHI, si lega sempre foneticamente come in: scechìtte=solo, scecánde=spavento, pìsceche=sasso, scecòne=schiena, scecumàzze=brina.
ARTICOLI DETERMINATIVI
u (il,lo) davanti a nomi maschili singolari (u zòte=lo sposo, u fele=il filo)
la (la)davanti a nomi femminili singolari (la bbececlètte=la bicicletta)
le (le) davanti a nomi femminili plurali comincianti per consonante (le stòrje=le storie
o davanti a nomi con “a, o ed u” con “d” eufonica: le dd’árve, le dd’ùgghje,
le dd’òssere; o davanti a nomi richiedenti il raddoppio consonantico: le mmène…
li (i, gli) davanti a nomi maschili plurali (li tímbe=i tempi, li chelúmbre=i fioroni).
lo (lo) usato in pochi casi e davanti a nomi singolari maschili o nomi che iniziano con “o” e “u” (lo zzije>lo zio, l’òme, l’ùve, l’ùgghje).
ARTICOLI INDETERMINATIVI
nu (un, uno) davanti a nomi maschili singolari (nu júrne=un giorno)
na (una) davanti a nomi femminili singolari (na menènne=una bambina).
OMONIMIA
Nel nostro dialetto la vocale “e” in fine di parola è sempre muta e questo crea innumerevoli omonimie come negli esempi di seguito riportati:
la chiánde – la pianta u chiánde – il pianto
la chèpe – la testa u chèpe – il capo
la céndre – il chiodo u céndre – il centro
la cólpe – la colpa u cólpe – il colpo
la pìzze – la pizza u pìzze – la fine
la pálme – la palma u pálme – il palmo
la pónde- la punta u pónde- il ponte
la rème- il rame u rème- il ramo
la córse – la corsa u córse – il corso
Sante Valentino
Riproduzione@riservata


































