Forse non tutti sanno che nella TARI si nasconde un piccolo ospite fisso: il TEFA, il Tributo per l’Esercizio delle Funzioni di Tutela, Protezione e Igiene dell’Ambiente. Un nome lungo, solenne, quasi rassicurante. Talmente rassicurante da far immaginare boschi protetti, aria pulita, controlli serrati contro chi inquina e interventi tempestivi a difesa del territorio. Peccato che, in molti casi, la realtà sembri raccontare un’altra storia. Il TEFA vale il 5% della TARI e deve essere pagato da tutti coloro che sono tenuti al versamento della tassa sui rifiuti: proprietari, affittuari, possessori di locali e aree. La TARI va al Comune, il TEFA alla Provincia o alla Città Metropolitana.
Due tributi distinti, due destinatari diversi, un unico risultato per il cittadino: pagare. Dal 2021 i due importi sono stati persino scorporati, così da consentire agli enti di ripartire con precisione le somme. Un meccanismo perfetto. Quasi svizzero. Meno chiaro, invece, è capire dove finiscano concretamente gli effetti di questa tanto celebrata “tutela ambientale”. Perché mentre il contribuente versa diligentemente il suo tributo ecologico, il territorio continua a fare i conti con incendi dolosi, sversamenti abusivi, roghi di rifiuti, discariche improvvisate e aria spesso irrespirabile. Le segnalazioni si moltiplicano, le denunce pure. I problemi restano.
A questo punto una domanda sorge spontanea: il TEFA serve a proteggere l’ambiente o a proteggere i bilanci degli enti che lo incassano?
Perché se la finalità dichiarata è la tutela ambientale, il cittadino ha tutto il diritto di chiedersi dove siano i risultati tangibili.
Dov’è la protezione? Dov’è la prevenzione? Dov’è il miglioramento della qualità ambientale che giustifica questo prelievo?
L’impressione è che il contribuente finanzi una nobile missione che, però, esiste soprattutto nei titoli delle leggi e nelle descrizioni dei tributi. Una sorta di abbonamento obbligatorio alla salvaguardia ambientale teorica. Così accade il paradosso: l’ambiente viene deturpato, inquinato e maltrattato, mentre il cittadino paga una tassa destinata proprio a impedirlo. Un meccanismo che rasenta l’ironia involontaria. O forse la perfeziona. In fondo, il TEFA sembra incarnare un principio tutto italiano: quando un problema non si risolve, si tassa. E quando continua a non risolversi, si continua a tassare. Alla fine resta l’amara sensazione che, oltre al danno ambientale, ci sia anche la beffa fiscale. E come sempre, a finanziare questa grande opera di tutela invisibile, c’è lui: Pantalone !
Comitato Canosa Bene Comune




































