Era il 15 giugno 2010, quando seduto da solo davanti al bar Lamanna, gustando un gelato, ho riscoperto la presenza del fregio architettonico con lapide datata A D 1751, all’angolo del Palazzo di Città di Canosa di Puglia. Nel maggio 2026 abbiamo riscoperto la lettura della pietra angolare liberata nel decoro dal Comune con la condivisione del Sindaco Vito Malcangio, del Vice Sindaco Fedele Lovino, dell’Assessore alla Cultura Cristina Saccinto, della Consigliera Antonia Sinesi nella valorizzazione della toponomastica della pietra situata in Vico Raffaello da Urbino, già Vico San Francesco. Il ritrovamento coincide nel maggio 2026 con la riconsegna al culto della Chiesa di S. Francesco, ristrutturata, con la guida del Parroco Don Carmine Catalano.
“Se gli uomini taceranno, grideranno le pietre“, evoca il Vangelo e oggi dopo “iniuria temporum e iniuria hominum” la pietra ha parlato a noi tutti, nell’Anno Giubilare Francescano, nelle sue radici storiche conventuali francescane. La lettura è stata anche supportata dallo studio del Prof. Christian de Letteriis, di San Severo, Docente di Storia dell’Arte al Liceo di Vasto e scopritore di recente della “Piazza di San Francesco” del 1765 che precede Piazza Colonna dell’Immacolata. Lo ha presentato anche al Museo dei Vescovi a Canosa lo scorso 27 maggio, su iniziativa della Dott.ssa Rosanna Asselta. Il fregio nelle dimensioni di cm 40 di larghezza per tre metri di altezza è incavata nella pietra e riporta in alto una figura apotropaica e un cartiglio in pietra datato A D 1751. La faccia è una figura apotropaica , simbolo di protezione del luogo, come si ritrova in edifici e luoghi di culto. Il fatto che sia collocata sull’angolo del fabbricato è significativo in architettura. Queste teste servivano a “marcare” l’angolo e avevano anche significato di protezione.Si ritrova nel ‘700 questo fregio architettonico anche in Monasteri e luoghi di culto.
A Canosa di Puglia, ritroviamo la figura apotropaica nel 900 sul prospetto della Cappella Maggiore del Camposanto e anche sul portale di un palazzo antico in corso Traiano. Il lemma “apotropaico” deriva dal greco ἀποτρόπαιος «che allontana», der. di ἀποτρέπω , composto di apò–trèpein, «allontanare», che serve ad allontanare o ad annullare un’influenza maligna e quindi a proteggere. Nelle cronache locali del ‘700 troviamo poco, perchè la città era ridotta a poche case sulla collina, in parte crollate o abbandonate; tutta la vita si svolgeva miseramente nelle viuzze in pendio e sulla vetta si erigeva il palazzo baronale, detto Castello, ma non più castello, come vedremo. La città era circondata di mura poco solide. Delle due parti della città una era situata di fronte alla Chiesa di S. Francesco, allora fuori le mura, e l’altra dava sulla strada per Melfi. “Della Via Appia di Francesco Maria Pratilli”, 1745. È lo scopritore della “chianca scritta” detta dal Volgo. Fuori le mura era situato anche il Convento dei Carmelitani, attestato anche dalla campana storica decor Carmeli del 1628, che giace negletta e che è da salvare!
Dalle fonti storiche letterarie ritroviamo l’opera “Delle città d’Italia e sue isole adiacenti” di Cesare Orlandi, scrittore e storico italiano, pubblicata nel 1778. Tomo Quinto, pag. 223. “Fuori delle Porte della Città vi sono due Conventi di Religiosi, uno cioè de’ Padri Carmelitani, e l’altro de’ Padri Minori Conventuali di S. Francesco” Nel Settecento, la popolazione di Canosa si attestava attorno ai 250 fuochi, equivalenti a una stima compresa tra 1.200 e 1.500 abitanti. . Per censire la popolazione a fini fiscali, il catasto dei Borboni usava il “fuoco” (l’unità familiare). Il numero dei fuochi veniva moltiplicato per coefficienti compresi tra 4 e 5 per stimare le “anime” (gli abitanti). Nella demografia storica del Regno di Napoli, il termine “fuoco” indicava il nucleo familiare, mentre le “anime” rappresentavano il numero effettivo delle persone fisiche. Bella questa terminologia dei “fuochi” della famiglia identificata nel “focolare domestico” e delle “anime” degli abitanti.
Posiamo i nostri passi, la nostra mente, il nostro animo sulla pietra angolare francescana ritrovata nel Palazzo San Francesco sede municipale e già sede conventuale dei Francescani, nelle radici di cui siamo custodi ed allievi di un patrimonio architettonico, religioso, civile, culturale, spirituale. Abbiamo consegnato l’opera di studio stampata e divulgata all’On.le Euro Parlamentare Francesco Ventola che in gioiosa condivisione ha voluto insieme conoscere sul sito direttamente ai piedi della pietra angolare francescana riscoperta in Vico San Francesco con un suo amico Ingegnere presente.Le pietre antiche sacre francescane sono anche beni culturali e spirituali d’….EUROPA!
In condivisione abbiamo incontrato dal Bar Lamanna ai piedi della pietra la valente Caterina Cannati, che ha ricevuto l’opera di studio, apprezzando la riscoperta, auspicando una pubblicazione ufficiale e mostrando competenza di conoscenza dell’opera di Cesare Orlandi del 1778 da Lei letta in Biblioteca a Bari, sullo “stato di Canosa”. Abbiamo invitato la Cannati a farne opera artistica. Ricorre A. D. 2026 l’Anno Giubilare Francescano e le pietre sacre dei nostri padri parlano e ci educano. Proponiamo di apporre in basso e sul palo a fianco una targa connotativa della pietra nella lettura dei significati scritti indelebili nel tempo. Dopo aver ritrovato questa pietra sacra angolare, sarebbe bello un rito di benedizione del Parroco sulla linea del tempo di tre secoli dell’Anno del Signore: A. D. 1751 – A. D. 2026. Peregrinatio dal ‘700 di Piazza di San Francesco alla Chiesa dei Ss. Francesco e Biagio.Cultura ed evangelizzazione
Maestro Giuseppe Di Nunno






































