Con una nota firmata, il dottor Francesco Fugetto, Medico specialista, originario di Canosa di Puglia, in esercizio nel Nord Italia ha esternato delle considerazioni e le sue decisioni sul referendum sulla giustizia . “””Prima di recarmi alle urne, avevo letto con attenzione l’intervento del dottor Mennoia, Giudice Amministrativo, pubblicato su queste pagine. Le sue parole mi avevano colpito con una forza particolare: non solo perché condividevo le sue conclusioni, ma perché il rischio che descriveva — quello di un professionista che perde la serenità del giudizio sotto pressione esterna — mi apparteneva già, come medico. Lo conoscevo da dentro. Ora che il voto è chiuso, mi sembra giusto spiegare, a mente fredda, perché ho scelto il NO.
Il punto vero: la serenità di chi decide
Il dottor Mennoia aveva posto una domanda semplice e potente: quale giudice vorreste incontrare, se un giorno foste a processo? La risposta ovvia è: uno preparato, indipendente, capace di dubitare prima di convincersi. Non un burocrate che ottimizza la propria posizione. La sua preoccupazione centrale era tecnica e precisa: con la nuova Alta Corte, il magistrato che avrebbe aperto un fascicolo avrebbe potuto porsi inconsciamente la domanda sbagliata. Non “chi ha ragione?”, ma “quale decisione è meno rischiosa per me?”. Non si trattava di immaginare magistrati codardi. Si trattava di meccanismi istituzionali che agiscono su esseri umani normali, con normali istinti di autoconservazione.
In medicina lo chiamiamo “medicina difensiva”: un avvertimento che conoscevamo già
Lavoro come medico nel Nord Italia da dieci anni. Quello che il dott. Mennoia descriveva come rischio futuro per la magistratura, per noi era già realtà consolidata. La chiamiamo medicina difensiva: la tendenza, indotta dall’aumento esponenziale di denunce civili e penali — spesso pretestuose, talvolta strumentali — a strutturare le decisioni cliniche non solo in funzione del bene del paziente, ma anche in funzione della propria tutela legale.
Il risultato concreto: esami in eccesso, ricoveri prolungati, percorsi diagnostici ridondanti, rinvii a specialisti non necessari. Tutto documentabile, tutto difendibile in giudizio. Il costo è triplice: economico (per il Servizio Sanitario Nazionale), temporale (per il paziente che aspetta), e professionale (per il medico che smette di essere solo clinico). Studi italiani ed europei stimano che la medicina difensiva pesi tra il 10 e il 15% della spesa sanitaria complessiva. Non è un dato marginale.
Non sto dicendo che i medici siano irresponsabili o che le denunce siano sempre infondate. La responsabilità professionale è un valore, e il medico che sbaglia deve rispondere. Sto dicendo altro: che quando la pressione disciplinare è mal calibrata, quando il sistema sanzionatorio è percepito come arbitrario o esposto a logiche estranee alla clinica, la distorsione nelle decisioni è automatica e silenziosa. Non c’è bisogno di dolo: basta l’incertezza.
Il parallelo: quando il sistema disciplinare perde neutralità
Il dott. Mennoia temeva esattamente questa distorsione per i magistrati. Un’Alta Corte con due quinti di componenti di nomina politica — e senza garanzia che la maggioranza dei collegi disciplinari fosse composta da magistrati — non sarebbe stata necessariamente corrotta. Ma sarebbe stata strutturalmente esposta a pressioni che nulla avrebbero avuto a che fare con la qualità della decisione giudiziaria. E questo, da solo, basta a modificare i comportamenti di chi è sottoposto a quel sistema.
Non era vero, come sostenevano i fautori del Sì, che i magistrati oggi siano intoccabili. Il quadro normativo vigente prevede già la responsabilità penale del giudice come per qualsiasi cittadino, inclusi reati specifici come la corruzione in atti giudiziari. Prevede la responsabilità civile, attivabile da chiunque dimostri la colpa grave nell’esercizio delle funzioni. Il CSM già esercita la funzione disciplinare. Il problema, semmai, era l’efficienza di questi strumenti, non la loro assenza.
Perché ho votato NO
Ho votato NO non per corporativismo nei confronti dei magistrati. Ho votato NO perché avevo già visto cosa succede quando un professionista che esercita una funzione delicata — con impatto diretto sulla vita delle persone — comincia a lavorare con un occhio alla propria posizione disciplinare piuttosto che all’obiettivo primario del suo ruolo.
In medicina paghiamo già quel costo, in termini di spesa, di qualità delle cure e di erosione della relazione medico-paziente. Nella giustizia, il costo sarebbe stato pagato da ogni cittadino che si rivolge a un tribunale sperando in una risposta equa, non in una decisione ottimizzata per evitare grane istituzionali.
La serenità di chi decide — del giudice come del medico — non è un privilegio della categoria. È una garanzia per chi è giudicato, o curato. Io l’ho difesa con il mio voto. Ed indipendentemente dall’esito referendario, mi pare valesse la pena dirlo.”””



































