La mia regola è sempre stata, ormai da quasi un decennio, quella del “never tweet”. Credo infatti nella vita discreta, tanto nella realtà materiale che in quella digitale, anche come forma di servizio. Oggi voglio infrangerla, per non restare ignavo e provare a convincere anche una sola persona ad andare a votare, con la propria testa. Sono un ex magistrato ordinario, oggi Giudice Amministrativo e ho deciso di votare NO alla riforma della giustizia. In fin dei conti, è la Carta che ci chiede di semplificare, con un SÌ o con un NO, e scegliere da che parte della storia stare: perché la Costituzione è passato, presente ma soprattutto è futuro. Ponete a voi stessi questa domanda (giudizio controfattuale): quando siete stati — o se foste — a giudizio, civile, penale o amministrativo, che tipo di Giudice vorreste o avreste voluto incontrare? Io credo che la risposta sia: un uomo o una donna preparati, seri ma umani, che coltivano l’arte del dubbio prima di convincersi. Indipendenti e imparziali, quindi. Fino in fondo.
Io cerco di vivere il mio lavoro a metà strada tra due poli: né una missione, un incarico quasi sacerdotale, né l’attività di un burocrate, uno che mette a posto le carte. Cerco di essere solo consapevole dell’atrocità di decidere sulla sorte di altri esseri umani, ogni giorno.
Io voglio votare No:
non tanto per la separazione delle carriere — un valore che perdiamo: nel PM, goccia dopo goccia, per ottanta anni, è entrata la cultura della giurisdizione, che non è solo cultura della legalità — tema di cui si può discutere con i sostenitori del sì;
non per il sorteggio — strumento che eccede lo scopo senza raggiungerlo (l’influenza patologica delle correnti sulle cariche di vertice non si cura eliminando il legame tra eletto ed elettore) — dal quale si potrebbe pure ricavare qualche profilo positivo, a costo di accettare nuove contraddizioni.
Ma per l’intervento massiccio sul sistema disciplinare, la nuova “Alta Corte”. Si vuole creare un organo composto per due quinti da membri di espressione politica — nominati dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento — e per tre quinti da magistrati, ma esclusivamente con funzioni di legittimità, quindi tutti di Cassazione: lontani fisicamente e culturalmente dagli uffici periferici, che sono la maggioranza. Nei singoli collegi disciplinari la Costituzione non garantisce che i magistrati siano in maggioranza ma solo che siano “rappresentati”.
Quindi ne basterà uno, che potrebbe peró essere facilmente messo in minoranza.
Una decisione, infine, contro cui non si potrà nemmeno ricorrere – come invece accade adesso – alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione: il massimo organo di giustizia in Italia.
Non è vero che oggi i magistrati sono intoccabili: il Giudice risponde penalmente come chiunque altro — anche con reati ad hoc come la corruzione in atti giudiziari — oppure civilmente con il risarcimento dei danni, su iniziativa di qualunque cittadino che dimostra la colpa grave del decisore nell’esercizio delle sue funzioni.
Il problema non è, allora, l’assenza di responsabilità.È dove si mette la pressione, e su chi. Quando un Giudice aprirà un fascicolo e il suo primo pensiero non sarà scoprire chi ha commesso il fatto o chiedersi chi ha ragione e chi torto, ma quale decisione sarebbe meno rischiosa per sé: per evitare ritardi, disagi legati a sentenze innovative, scomode, ad esempio applicando fonti internazionali sovraordinate, é lì — davvero — che la riforma colpisce tutti i cittadini e la loro speranza di vedere una risposta di giustizia. La serenità del Giudice è un valore che forse apprezzeremo solo quando l’avremo perso.
Io oggi provo ad essere quell’uomo o quella donna: che studia, che si appassiona dei casi e che resiste alle piccole e grandi pressioni. Lo faccio però sapendo che, se sbaglio, sarò giudicato da chi conosce davvero il peso che porto, perché lo condivide con me. Non proverà a “punirmi” per bilanciare interessi di eguale importanza, per gestire pressioni di altre Istituzioni o dei Media — sempre più insistenti, anche grazie all’evoluzione tecnologica.
Domani, se la riforma passasse, spero di avere la stessa forza. Ma sono certo che tanti colleghi — brave persone, scrupolose, attente e anche più studiose di me, ma forse più prudenti — non ce la faranno. Voi al loro posto cosa fareste? Ne varrebbe la pena? Buon voto a tutti.
Lorenzo Mennoia



































