Il 19 marzo si celebra la Festa del Papà che rappresenta una giornata pregna di significato, dedicata al ruolo paterno all’interno della famiglia e della società, tra ricordi, affetti, tradizioni, atmosfere di paese di campagna, evoluzione culturale e nuove sensibilità educative. Da quando, come consigliere comunale, mi impegno in diverse attività di studio, recupero e valorizzazione della nostra identità territoriale, sento ancora più forte il bisogno di ricordare e raccontare mio padre, Giuseppe Sinesi(1937-2016), il carrettiere che trasportava la paglia. A Canosa di Puglia, quando le strade impolverate di terra e il silenzio dominava, da lontano si sentiva uno schiocco secco e ritmato: “u scuscète”, la frusta del carrettiere. Quel suono annunciava il passaggio di uomini fieri e instancabili. Tra loro c’era anche mio padre: allora era solo un ragazzo che trasportava paglia fino in Basilicata insieme a mio nonno.
Impilare le balle di paglia, era un’arte che si tramandava di padre in figlio. Era il suo mestiere, la sua giovinezza, il suo orgoglio. Il carrettiere non improvvisava nulla: nasceva in una famiglia che viveva tra l’odore della paglia, del cuoio e dell’avena. Mio padre aveva una cura speciale per il suo cavallo. Lo governava, lo puliva, controllava ogni zoccolo e lo preparava con dedizione per i lunghi viaggi. La sera dosava con precisione l’avena nel suo misurino, gli dava acqua a sufficienza e prima dell’alba, sistemava le bardature, fissava il timone e con un colpo di frusta, partiva per un’altra giornata di lavoro. Mia madre raccontava di essersi innamorata di lui per come usava la frusta: dritto sul carretto, con il carico ben sistemato, faceva “scecattescè u scruscète”, e tutti si giravano a guardarlo. Quei frangenti di quel gesto racchiudevano orgoglio e dignità , abilità e tanta esperienza .
Sotto il carretto viaggiava sempre il cagnolino fedele, “u pumbarìdde”. Durante il viaggio controllava i cavalli, spronandoli se si fermavano senza motivo e proteggendo il carico abbaiando. Ma una volta arrivati in paese correva avanti per annunciare alla nonna che erano tornati e pronti per pranzare. Un piccolo e fedele messaggero della vita quotidiana del carrettiere, una figura citata anche dal Leopardi : “L’estremo albor della fuggente luce … Saluta il carrettier dalla sua via” . .
I carrettieri di Canosa erano uomini veri: non si fermavano con la pioggia o la neve, rispettavano i loro cavalli e curavano con amore bardature e briglie. I cavalli, lucenti e fieri, sembravano saperlo. Poi nel tempo i carretti scomparvero e mio padre lasciò quel mestiere, ma non lasciò la terra, dedicandosi all’ agricoltura, divenendo un maestro nella potatura degli ulivi. Diceva sempre: “L’ulivo va capito, non solo tagliato.” Ricordo come fosse ieri anche un piccolo rito della sera. Dopo una lunga giornata nei campi lo vedevo seduto ad affilare l’accetta per la potatura. Lo faceva con calma, con gesti precisi, quasi rispettosi. Il suono regolare della lama sulla pietra rompeva il silenzio della sera e sembrava un momento sospeso, tutto suo. Per lui non era solo preparare un attrezzo di lavoro: era un rito serale quasi sacro, fatto di attenzione, pazienza e rispetto per gli ulivi che il giorno dopo avrebbe potato. Nei mesi della raccolta lo trovavi al frantoio anche per diciotto ore di lavoro, quando era a pieno regime, tra l’odore intenso dell’olio nuovo, la stanchezza e la gioia del lavoro ben fatto. Quando raggiunse ò la pensione non smise di lavorare: trasformò la sua passione in arte. Con pazienza e precisione si dedicava alla riproduzione artigianale dei carretti, curando ogni dettaglio, come se ogni miniatura avesse un’anima.
Esponeva con orgoglio le sue creazioni durante la Festa della Madonna della Fonte, alla quale era profondamente devoto. Oggi, nelle nostre case, in molte di amici e conoscenti, si può trovare uno dei suoi piccoli carretti: segno tangibile della sua maestria e del suo amore per le tradizioni canosine. La vita di mio padre si può racchiudere in tre profumi: di paglia, di cavallo, d’olio d’oliva, tre colori, tre amori, una sola dignità.
Mi manca tanto mio padre. Oggi più che mai vorrei chiedergli consigli, vorrei condividere con lui momenti che da giovane, per l’età, non avevo ancora compreso, come si fa con chi si ama e si rispetta. Non c’è più, ma resta nel mio cuore, nel cuore di chi lo ha conosciuto e di chi lo chiamava anche di notte per un cavallo malato, perché sapeva che lui avrebbe saputo cosa fare. Chi lavora con gli animali sa che servono cuore, rispetto e pazienza e mio padre aveva tutto questo. Da lui ho imparato tanto, ma soprattutto il senso del dovere, la gratitudine, il rispetto per il lavoro e la parola data: valori che non passano mai di moda.
Mio padre ripeteva spesso una frase semplice ma potente, che ancora oggi mi accompagna nella vita: “Rispetto per tutti, paura di nessuno”, in un perfetto equilibrio tra umiltà e coraggio Era il suo modo di stare al mondo: trattare ogni persona con dignità, ma senza mai piegare la testa davanti a nessuno.
Spero che, da lassù, senta questa mia dedica e sappia che il suo esempio continua a vivere. Perché noi siamo i proseguitori della loro vita e dei loro insegnamenti. E oggi è bello quando dico ai miei figli: “Mio padre avrebbe detto così… mio padre avrebbe fatto così.” Segni di una profonda ammirazione, anche se da ragazza con lui discutevo. Ma lui, a differenza di mia madre, era così pacato che mi faceva sbollire e poi ne parlavamo con calma. Oggi capisco quanto fosse preziosa quella sua pacatezza, una vera forma di saggezza. Ed è anche per questo che il suo esempio continua a vivere nei cuori di chi lo ha amato e nei carretti che, ancora oggi, raccontano la sua storia e la nostra identità. Oggi, pensando a lui, sento anche il desiderio di dire una cosa a tutti i figli: vivete intensamente il rapporto con i vostri genitori. Godeteveli finché potete, ascoltate i loro consigli, custodite le loro parole e anche i loro silenzi.
Immagazzinate ogni insegnamento, perché un giorno vi accorgerete che nulla di ciò che vi hanno detto era inutile. Al contrario, diventerà una bussola nei momenti difficili della vita. L’amore di un genitore è qualcosa di immenso, forse il più grande che esista. Spesso lo comprendiamo davvero fino in fondo solo quando, a nostra volta, diventiamo genitori. Allora quelle frasi semplici, quei gesti quotidiani e quei sacrifici silenziosi diventano la nostra eredità più grande.
Buona Festa del Papà. A chi lo è oggi, a chi lo è stato ieri e a chi continua a esserlo ogni giorno nel cuore dei propri figli. Grazie Pà!
Antonia Sinesi







































