Momenti toccanti ed intensi, durante l’intervista di Francesca Fagnani ad una testimone di giustizia che ha raccontato la sua storia di donna, di figlia, di lavoratrice, di madre e di quella rete di abusi fisici e psicologici intorno ad essa. La donna pugliese è stata vittima e protagonista inconsapevole delle efferate vicende che tra gli anni ottanta e novanta hanno scandito la parabola della cosiddetta “quarta mafia”, in terra di Capitanata. Un calvario dolorosamente punteggiato di stupri, sfruttamento, abusi, minacce, estorsioni, droga, aborti, malaffare. Il ritratto di un modello patriarcale del Meridione contadino di provincia che si intreccia “con ingenua rassegnazione al rampantismo dei boss della mala locale, divisi tra l’attività criminale e la ‘bella vita’ dei festini a base di escort e cocaina”. Le sue dichiarazioni sono state decisive per l’Operazione Cartagine, la maxi inchiesta che ha inferto il primo colpo significativo alla mafia nel foggiano. “Sono una vittima mancata di lupara bianca”, ha tra l’altro dichiarato nel corso dell’intervista, a “Belve Crime” in prima serata su RAI 2, lo scorso19 maggio, ricordando di aver temuto più volte per la propria vita. Da un passato segnato da violenze e soprusi, anche in ambienti familiari e lavorativi, la voglia di riscatto, nata nella donna pugliese durante l’attesa di un figlio, che ha avuto e cresciuto da sola lontana da tutti e sotto copertura, in quanto testimone di giustizia che in TV ha ripercorso il suo triste e atroce passato, succube per amore e per “destino” di un sistema di violenza e umiliazione per molti anni.
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