Come ogni anno noi nazionalisti commemoriamo i martiri delle foibe, ricordando anche l’esodo giuliano-dalmata di 250.000 italiani che abbandonarono forzatamente le loro case in Istria. Simbolo di questo esodo è la bambina con la valigia: Egea Haffner, nel 1945, quando suo padre scompare, inghiottito nelle spaventose voragini carsiche. Egea è solo una bambina. Ancora non sa che a breve inizierà la sua vita di esule, che la costringerà a lasciare la sua terra e ad affrontare un futuro incerto, prima in Sardegna, poi a Bolzano, accudita da una zia che l’amerà come una figlia. La geografia del cuore di Egea Haffner avrà però “sempre i colori, gli odori e i suoni di Pola”, la sua città. Ed è una geografia che custodisce la sua storia personale, ma è anche parte della “nostra” vicenda nazionale: nella sua memoria si riflette il dramma di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo di istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. Il suo racconto tiene accesa la luce della memoria e si fa simbolo della storia di chiunque ancora oggi sia costretto a lasciare la propria casa. Questa bambina di poco meno di 5 anni fu costretta a partire con la madre da Pola, rifugiandosi prima in Sardegna e poi a Bolzano, portando con sé la sua valigia e soprattutto il trauma della perdita del padre che fu prelevato dai comunisti slavi del boia comunista Tito, trucidato e poi buttato in una foiba. Questo triste eccidio perpetrato dai comunisti slavi deve essere raccontato dettagliatamente affinché le nuove generazioni, sappiano chi erano i comunisti di Tito ed i comunisti italiani che collaborarono a perseguitare i nostri fratelli italiani in terra italiana. Questo è stato il comunismo, non dimenticatelo mai.
Daniele Mancini




































