Esattamente tredici anni fa, spontaneamente, un manipolo di persone provò ad organizzarsi per difendere la chiusura dell’Ospedale di Canosa di Puglia . Il suo destino, tuttavia, era già sancito. Tra riforme persino di rango costituzionale, lassismo e poco interesse per le vicende di casa nostra, un edificio enorme con cinque piani visibili da mezzo paese ora ospita pochi servizi essenziali; neanche più un vero e proprio Pronto Soccorso. L’argomento, poi, torna di attualità quando si paventa la notizia della sospensione del servizio di assistenza e soccorso netturno (ma in realtà era più un falso allarme, una news non fake ma ingigantita). La comunità, improvvisamente, si esalta e plaude al “povero cristo” (con tutto il rispetto, e per la persona, e per il Santissimo) solitario che protesta e si incatena alla sedia fino a quando il fisico glielo permette per mettere in evidenza il disagio.
Via social, specie nei commenti di Facebook a corollario dell’avvenimento, si leggono interventi di questo tipo: “bene, ora non lasciatelo solo. Dove siete?!”. Frase intimidatoria che può lasciare perplesso un più attento osservatore, dato che un simile incitamento può essere stato scritto comodamente da uno smartphone, magari dalla propria casa: non sarebbe stato meglio, a questo punto, raggiungere l’anziano in quello che era il poliambulatorio? Diventare così uno-dieci-cento?
Sicuramente la chiosa di cui sopra farà storcere il naso a qualcuno. Ma sono le stesse incoerenze che subirono molti di quei manifestanti di tredici anni fa, quando si poteva tentare “qualcosa”. Succedeva questo: o si sentivano dare degli scansafatiche e perditempo, dileggiati da persone a bordo strada al momento dei cortei; oppure ricevevano – ieri come oggi – i “bravi, bene, bis”, ma senza supporto fattivo ed attivo.
In poche parole, già dall’epoca, massivamente, potevamo occuparci del bene comune.
Quando l’Ospedale più o meno funzionava da Ospedale e non era ridotto al paradossale centro risvegli per persone che rimarranno in coma fino al loro trapasso (sic transit gloria mundi), una parte di canosini quasi sembrava disgustarsi. Le chiacchiere da paese dicevano fosse fatiscente, con personale non all’altezza, senza mezzi… e altro ancora.
Poi, come il cane quando si vede tirar via la bistecca, lo brama, lo vuole, lo pretende. Ma come? Lamentandosi: della politica, di chi protesta, di chi non protesta, della situazione, del menefreghismo in generale… Ma lamentandosi, specie se davanti ad una tastiera o ad uno schermo, cosa si ottiene? Domanda retorica.
Non ci si prenda in giro: a questo paese manca tutto o quasi, non solo l’Ospedale. Chi vi scrive fu profeta quattro anni fa in precedenti lettere aperte; il rischio di morte per inedia e senza passare dal sopra citato centro risvegli rischia di essere più concreto di quanto lo si immagini. Nonostante qualche coraggioso (o incosciente) stia strenuamente provando a resistere portando avanti piccole e medie attività o investendo nel proprio lavoro o nella professione, nel volontariato o nell’attivismo.
Cinema? Zero. Discoteche? Zero. Paninoteche? Zero.
Le multinazionali, le grandi imprese o le grandi distribuzioni preferiscono investire in paesi meno storici del territorio che hanno lo stesso numero di abitanti di Canosa.
Strade? Come pretendiamo di avere un nosocomio completo o persino un pronto soccorso degno di questo nome se le rotatorie sulla SP 2 (già SP 231, sotto Bari, e SS 98, sotto ANAS) sono ancora provvisorie dopo ormai un decennio e l’asfalto è un colabrodo? Ed è sotto gli occhi di chiunque! Se la SS 93, sia verso Barletta che in direzione Lavello, è quotidiana foriera di sinistri importanti e spesso mortali? Se la SP 3 (già SR 6, sotto la Regione Puglia; un declassamento continuo) che collega Minervino è un cratere a cielo aperto? E pensare che da Canosa partiva un’Autostrada per Bari e ne arriva una da Napoli, atte a contenere il traffico in un punto estremamente strategico; un crocevia storico.
Le strutture canosine potevano accogliere un bacino che includeva potenzialmente San Ferdinando, Minervino e Spinazzola (si parla complessivamente di 60mila abitanti), tuttavia si porta alla congestione Andria (che ne ha, di suo, oltre 100mila), il cui poliambulatorio è praticamente al centro della città in una struttura platealmente vetusta ed inadeguata. Ma queste criticità non sono state mai segnalate abbastanza.
Chiusa la digressione, proseguiamo.
Il Giudice di Pace? Se ne profila la chiusura.
La biblioteca? Ricavata momentaneamente in un’aula scolastica di un edificio in ristrutturazione. Il “momentaneamente” sembra persino essere divenuto definitivo.
Le industrie e le aziende? Tendono ad emigrare nei territori vicini (ed è ironico, pensando alle citate Autostrade).
La stazione ferroviaria? Non più pervenuta.
Le discariche? Ah, si, almeno su quelle il problema non si pone…
“Ma abbiamo l’archeologia, ora il museo”, dirà qualcuno. Ecco, si, le antichità. Infatti siamo dei reperti, siamo vecchi, siamo un paese per vecchi (riprendendo il titolo di un vecchio film).
Per tutto questo, provocatoriamente, si legge e si sente spesso “lasciamo la Puglia e andiamo in Basilicata” o “aderiamo alla provincia di Foggia”. Come se lì le situazioni fossero meno critiche o, con il nostro ingresso, daremmo loro ricchezza. Non funzionerebbe, saremmo un fardello anche per altri territori che bene non stanno, perché “se Atene piange, Sparta non ride”. E non crediamo neppure noi alla bontà dell’operazione.
La verità è anche la presa di coscienza. Amarissima.
A furia di adagiarci, di lamentarci con i costanti “ce putòme fèj” e il “ce scète facénne”; a furia anche di battagliette politiche svolte da pochi nemmeno per spolparsi la carne marcia, ma per l’osso – tornando alla trista metafora canina -, Canosa, l’avamposto dei principi, imperatori e vescovi, è diventata la periferia di una provincia già periferica povera e martoriata già per sua costituzione.
Si perdoni la sfrontatezza, ma in questo periodo storico è inutile, fuorviante, strumentale, stucchevole se non addirittura patetico dover leggere comunicati o vedere video in cui si incensa questo o quel rappresentante di riferimento, citandone il nome più e più volte, ovvero attaccare l’avversario demonizzandolo oltremodo. Una logica da “divide et impera” ridottasi quasi ad una ricerca di adulatori per ottenere qualche like buono per gli ego. Ma a quanti interessa davvero, se in concreto Canosa è il paese con il più basso dato di affluenza alle urne nella provincia?
Una evidente ipocrisia; l’ennesima di una popolazione disunita e confusa. Perché, al di là delle logiche di partito o di mera simpatia, il ritorno al benessere di questo paese è l’interesse generale che sta venendo meno. E spetta, prima di tutto, direttamente ad ognuno di noi combattere, insieme, per riprendere in mano le sorti di questa città, la sua storia, il suo valore.
Leonardo Mangini (avvocato)


































