In occasione della Giornata della Memoria 27 gennaio, voglio ricordare una pagina di storia vera riguardante la tragedia dei due miei zii deportati dai tedeschi, dopo l’armistizio, nei campi di concentramento tedeschi e precisamente:
SANSA PIETRO che era nato a Dignano d’Istria il 28 luglio del 1906, fu arrestato a Sistiana e deportato a DACHAU il 30/10/1943 matricola 57412.Venne trasferito poi a BARTH sottocampo di RAVENSBRUCK tra il 17 ed il 22 novembre del 1943 con matricola 6258 e dove morì il 20 febbraio del 1944.
PERIN MARIA che era nata a Monfalcone il 11 aprile 1907 fu arrestata e trasferita ad AUSCHWITZ e da lì venne trasferita a FLOSSEMBURG n. di matricola 60776 e da lì ad un suo sottocampo PLAUEN il 23 settembre del 1944 dove resterà fino alla liberazione.
Uno dei tre figli Arrigo, mio cugino, più volte ospite mio a Barletta, mi aveva sempre ricordato che lui era un bambino quando si ritrovò senza genitori, in mezzo ad una strada insieme alle sue due sorelle bambine anche loro. Mi disse che pochi giorni dopo l’armistizio, verso le 19,00 sua madre, zia Maria, stava preparando la polenta per la cena quando due uomini in divisa vennero a chiederle degli indumenti per loro, in modo da poter fuggire senza essere presi dai tedeschi. Lei rispose di non avere niente, aveva soltanto quella poca polenta che stava cucinando per i suoi tre figli; aggiunse, inoltre, che suo marito, mio zio Pietro il fratello di mia madre, lavorava a Genova ai Cantieri Navali e poteva dargli un paio di pantaloni da lavoro, null’altro. Costoro, infastiditi, le chiesero se nelle vicinanze ci fosse un centro di raccolta di abiti per militari che dovevano scappare, ma la zia rispose di non saperne niente. Forse questo fu il suo errore. Quegli uomini, comunque venivano chiamati “repubblichini” o qualcosa di simile, non erano né dalla parte dei tedeschi, né dalla parte dei partigiani. Facevano il doppio gioco.
Ma ecco la cattura e la fine di tutto: un sabato sera zio Pietro era rientrato da Genova, non riuscendo a stare tanto tempo lontano da casa. La domenica successiva tra le dieci e mezza e le undici, tornarono a casa dopo aver partecipato alla messa. Davanti all’ingresso di casa trovarono ad attenderli alcuni militari tedeschi tra i quali la zia Maria notò uno dei due soldati venuti a chiederle degli abiti poche sere prima. Entrarono in casa ma uno degli uomini chiese alla zia nome e cognome che non esitò a fornirli. Fu accusata di aiutare i partigiani e quindi fu portata via con loro -come prigioniera politica-. Anche zio Pietro fu invitato a seguirli in quanto si trovava in casa e non a Genova dove lavorava.
I miei cugini rispettivamente di quattro, otto e undici anni cominciarono a piangere disperatamente. Inseguirono per parecchi metri la camionetta chiedendo, urlando, quando sarebbero ritornati a casa; “DOMANI”, risposero. Ma non fu così. Furono portati nel Coroneo, il carcere di Trieste dove furono definitivamente separati e dove si incrociarono solo una volta il giorno successivo nel corridoio senza poter scambiare neppure una parola.
Da quel momento le cose precipitarono:
Lo zio Pietro fu deportato a DACHAU trasferito poi a BARTH sottocampo di RAVENSBRUCK dove dopo sei mesi di prigionia tra stenti, torture, lavori forzati morì il 20 febbraio del 1944.
La zia Maria, invece, fu portata ad AUSCHWITZ.
Sei mesi prima della liberazione era quasi arrivato “il suo turno” per la camera a gas ma fu salvata dall’appello nel senso che i tedeschi chiesero chi sapesse lavorare. Lei sapeva fare motori elettrici e questa sua capacità la sottrasse alla morte. Diceva sempre che di tutta quella tragedia il popolo tedesco non era colpevole era stato obbligato. Venne avviata ai lavori alla fabbrica della Osram, lavori forzati in quanto la giornata lavorativa durava 16 ore senza intervallo alcuno da mane a sera!!!
Comunque la zia non ha mai raccontato niente sulle crudeltà vissute al campo di concentramento. Diceva sempre che chi non l’ha vissuto non sarebbe mai riuscito a capire cosa sia stato veramente una così immane tragedia.
Piuttosto lei raccontava degli episodi per sdrammatizzare. Per esempio riferì più volte di essersi costruita con del cartoncino trovato chissà dove delle carte da gioco, per i solitari. Più volte raccontò di una ebrea polacca che aveva mangiato i suoi documenti per salvarsi. Ricordava, inoltre, di essere stata picchiata molto ma lei resisteva ricordando ai suoi aguzzini che non si sarebbe mai lasciata mettere i piedi in testa sostenendo che non sarebbe morta ad Auschwitz ma che sarebbe tornata a casa dove c’erano ad attenderla il marito con i suoi tre figlioletti. Non sapeva però che suo marito, mio zio, non ce l’aveva fatta. Nonostante tutto lei continuava a ribellarsi alle ingiustizie e si aggrappò al solo pensiero della sua famiglia per continuare a sopportare continui dolori e tormenti.
Finalmente dopo ventidue lunghissimi mesi di prigionia, americani e russi liberarono lei ed i pochi sopravvissuti.
Arrivata finalmente in Italia, vicino alla sua casa, alla stazione chiese se qualcuno conosceva la sua famiglia. Qualcuno corse ad avvisare suo fratello che andò in bicicletta alla stazione più vicina portandola a casa. Raccontava sempre che appena entrata abbracciò tutti i famigliari per poi recarsi in camera con i suoi bambini. Si abbracciarono a lungo tra le lacrime e per prima cosa raccomandò ai suoi figli di non parlare mai male del popolo tedesco. Non avrebbe mai accettato di sentire una sola parola contro di loro. Con la sua forza d’animo immensa ripeteva sempre che il popolo tedesco non era colpevole, era stato obbligato.
Zia Maria fu, tuttavia, quando tornò a casa severa con i figli, ma giusta, si fece sempre rispettare, ma anche voler bene. Al suo ritorno erano in tredici sotto lo stesso tetto. Il cibo scarseggiava ma non ammetteva lamentele. A tal proposito ricordava come durante la prigionia doveva scavare delle fosse e trovarvi delle radici, costretta a mangiarle di nascosto, senza farsi vedere. Una pagnotta al giorno era troppo poca e quindi, ripeteva sempre che non era giusto disprezzare i pasti, anche se scarsi.
Memorabile rimase un episodio accaduto parecchi anni dopo e che lei raccontava spesso: si trovava al solito distributore di benzina con suo figlio Arrigo. Il benzinaio li vide. La zia indossava un vestito a maniche corte e lo sguardo dell’uomo si fissò sul suo braccio.
Egli impallidì, poi diventò rosso quasi sudava sangue. Abbracciò a lungo la zia e poi le disse: “sei stata ad Auschwitz”!!! Il numero sul suo braccio gli aveva svelato il suo passato, quel numero che sostituì il nome per due anni, segno indelebile della crudeltà dell’uomo. Anche lui era stato prigioniero in campo di concentramento. Si era salvato ma da allora aveva avuto degli incubi frequenti e nessuno riusciva a trovare la cura. Per guarire sarebbe stato necessario uno shock pari a quello che aveva vissuto. Ecco che il numero sul braccio della zia lo fece guarire. Il benzinaio disse commosso: solo lei poteva capire cos’era stato veramente la prigionia ad Auschwitz.
In conclusione il suo ritorno segnò la ripresa nel mondo lavorativo come dipendente della Fincantieri di Monfalcone dove iniziò a lavorare anche suo figlio Arrigo, mio cugino. Lo stesso mio cugino mi disse che un giorno, contattato da un grande dirigente della Fincantieri, gli fu detto: “se tu arrivassi ai suoi piedi, saresti già grande”. Tua madre è bravissima, al pari degli uomini o addirittura meglio di alcuni di loro in ciò che doveva fare.
La grande zia Maria, che era riuscita a sopravvivere ad Auschwitz, alla guerra ed a tutto il resto, non riuscì a sconfiggere quella malattia che la consumò a poco a poco e l’allontanò (questa volta sì, per sempre) da tutta la sua famiglia. Grazie zia per il grande esempio di vita che hai saputo dare.
Cav. dott. Giuseppe Dicuonzo (Sansa)-Scrittore Storico


































