Il 17 gennaio di ogni anno si celebra la “Giornata Nazionale del dialetto e delle lingue locali ”, istituita nel 2013 dall’Unione Nazionale delle Pro Loco (Unpli) per sensibilizzare istituzioni e comunità locali alla tutela e valorizzazione di questi patrimoni culturali. Un appuntamento che si consolida nel tempo, attraverso attività tese a promuovere e valorizzare dialetti e lingue locali, “sono molto più di semplici strumenti di espressione. Sono lo specchio delle nostre identità locali, che alimentano il senso di appartenenza alla terra alla quale apparteniamo e in cui viviamo. Sono il riflesso delle nostre radici più profonde, che rafforzano il legame con le comunità di ieri e di oggi. Sono la memoria delle nostre tradizioni e un ponte che collega le generazioni attraverso i secoli. L’Italia è un mosaico di culture e ogni dialetto è una tessera che lo arricchisce giorno dopo giorno. I dialetti raccontano storie di vita, di lavoro, di speranza. E soprattutto ci ricordano da dove veniamo. Per molti – me compreso – era la lingua esclusiva dei nonni e dei genitori, quella che si parlava in famiglia. Per molti è ancora così. Valorizzare i dialetti e le lingue locali significa dunque riconoscere la dignità di ogni territorio e di ogni cittadino.” Nella dichiarazione rilasciata dal presidente della Camera, Lorenzo Fontana intervenendo nell’aula dei gruppi parlamentari, ad un convegno del 2025 in occasione della “Giornata nazionale del Dialetto e delle Lingue locali” .Quest’anno, in questa giornata il poeta Sante Valentino, ha stilato una top ten di proverbi dialettali , parte integrante della lingua, citati e spesso richiamati nel quotidiano.
“””I proverbi sono la pietra miliare della nostra saggezza popolare,- ha tra l’altro dichiarato il poeta Sante Valentino, titolare della rubrica “Un paese di poesia“ di Canosaweb – il riferimento per antonomasia della nostra lingua madre e della nostra identità. Le sue metafore e il suo linguaggio semplice ne fanno l’espressione più significativa della vita del nostro popolo e rappresentano una fedele testimonianza della nostra storia, della nostra identità della nostra cultura.””” Affermava Aristotele che i proverbi sono: “frammenti dell’antica filosofia conservatisi tra molte rovine, grazie alla loro brevità e opportunità” . I proverbi fanno parte della cultura dialettale e della tradizione orale degli avi canosini e come dicevano gli stessi “non falliscono mai!”
Quère ca se facève a mafallànne nan ze pòte fé péure auànne.( Quello che si faceva l’anno scorso non si può fare pure quest’anno)
Ada dé cchiú ccúnde o mùnne ca o ciùnne. (Devi dare più conto al mondo che al sesso femminile)
Aspìtte ciùcce môje ca mó vène la pàgghje nòve. (Aspetta asino mio che adesso arriva la paglia nuova)
Ce la suttène na vvòle le ccálze nan bòtene. (Se la sottana non vuole i pantaloni non possono)
Ce vòle sté ‘mmèzze a dó sìgge chète de chéule ‘ndèrre.(Chi si vuole sedere tra due sedie cade col culo per terra)
Dú pìte jind’a na scárpe nan ge stànne. (Due piedi in una scarpa non ci entrano)
Ho scéute a mmètte u tumbàgne o pròse. (É andato a mettere il coperchio al vaso da notte)
La lete tra maròte e mmegghjère déure do fùche o lìtte. (La lite tra marito e moglie dura dal fuoco al letto)
Na decènne bbène de la sciurnète ce nan arreve la serète.(Non dire bene della giornata se non arriva la sera)
Quàne la gàtte nan arreve a le llárde dòce ca já de grángede.(Quando la gatta non arriva al lardo dice che é rancido)
Péure nu cálce ‘nghéule fèce fé nu pàsse ‘nnánde.( Anche un calcio al sedere aiuta a fare un passo in avanti)
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