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Il Centenario della Grande Guerra in mostra

Un cammino di speranza

Dicembre 9, 2018
in Le lettere di Agata Pinnelli
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Il Centenario della Grande Guerra in mostra
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Lo scorso 5 dicembre, si è tenuta a Canosa di Puglia(BT) la cerimonia di inaugurazione della mostra “GRANDE GUERRA A CANOSA FEDE E VALORE”, presso la sede del Centro Servizi Culturali “Libraia Teresa Pastore”, con gli interventi tra gli altri: del Generale di Brigata Giorgio Rainò, Comandante Territoriale dell’ Esercito Puglia; del Professor Nicola Neri docente di “Storia della Guerra e delle Istituzioni Militari” presso l’Università degli Studi “A. Moro” di Bari; del sindaco di Canosa, Roberto Morra; dell’assessore alla cultura, Mara Altomare Gerardi; del presidente della Sezione Canosa dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, Cesare Rella e dei rappresentanti delle sezioni locali dell‘Associazione Arma Aeronautica e dell’Associazione Nazionale Carabinieri, promotori dell’evento. La mostra itinerante edita dallo Stato Maggiore dell’Esercito, con gli allestimenti a cura del Comando Militare Esercito “Puglia” propone: pannelli sulla Grande Guerra, immagini, uniformi e stampe, messe a disposizione dai collezionisti privati Franco Tria, Piero Violante e Samele Domenico, come la riproduzione di una trincea, realizzata dall’Associazione molfettese “Eredi della Storia”.

Alla presenza delle autorità, delle scolaresche e del pubblico, il Generale di Brigata Giorgio Rainò ha sottolineato che tra gli obiettivi della mostra c’è quello di commemorare, di ricordare alle giovani generazioni “i sentimenti di umanità e le speranze di quanti, senza distinzioni di classe sociale e culturale, pugnarono, sacrificando la loro vita”. La guerra ha comportato e comporta sempre un elevato costo di vite umane, per cui, oggi, ricordare, commemorare i cento anni della vittoria militare non avrebbe senso. L’esperienza delle due guerre mondiali convalida che il conflitto militare in sé per sé è una tragedia, dove non ci sono vinti né vincitori. “Oggi la gloria militare non è più parte dello spirito pubblico, – ha dichiarato il professor Nicola Neri – non rappresenta una realtà valoriale come cento anni fa, quando i nostri soldati combattevano per una vittoria esistenziale. Ciò è ben espressamente proclamato nel Bollettino della Vittoria in cui si recita: l’Esercito austro-ungarico è annientato, la gigantesca battaglia è finita, la guerra contro l’Austria – Ungheria è finita. La memoria della vittoria, oggi, è presente in ogni comune con la toponomastica e il monumento ai caduti“.

Pertanto ricordare, commemorare il centenario della Grande Guerra significa compiere una lotta di liberazione della memoria, che è la speranza del futuro, per fare emergere quel bagaglio valoriale e sentimentale che i soldati ci hanno trasmesso, in un conflitto dove tutta l’organizzazione militare, la vita disumana nelle trincee, la carneficina degli scontri frontali non poterono annullare. Una realtà ampiamente documentata negli epistolari di coloro che ne furono protagonisti. “Chissà quelle mucche gravide, quegli acquosi pancioni dei ministri, senatori e di generaloni, chissà come crederanno di aver provveduto alle sorti del proprio paese con i loro discorsi, le visite al fronte, le interviste. Ma guardino, ma vedano, ma pensino come è calzato il 5o reggimento degli alpini! Ma Salandra, quello scemo balbuziente di un re, ma quei deputati che vanno a vedere le trincee domandassero conto di noi…” (Gadda)

La memoria valoriale va rinverdita sempre con la “conoscenza, principio dell’amore e del sale più sapido dell’universo“, come affermavano rispettivamente S. Benedetto e Galileo Galilei, la cui astinenza inaridisce lo spirito dell’uomo, lo raffredda, lo priva della speranza. Proprio su questo concetto si basa il riferimento dell’oratore, quando commenta il nostro monumento della vittoria, che ha un valore storico: “non rappresenta la Patria armata, non rimanda ad orizzonti sovrannaturali, ma l’artificio della donna alata non poteva essere più mirato in quanto si ritrova sull’altare del foro romano, simbolo della convivenza civile comune, ben contestualizzato nel nostro territorio di tradizione antica“. Ed ancora, commenta il professore, “la vittoria è commemorata nella toponomastica con i due momenti che hanno cementato non solo l’unità, ma l’italianità della nazione: via Oberdan – via Piave. Oberdan, italiano per metà si immolò per l’italianità, per l’unità della nazione nella lotta risorgimentale; il Piave, luogo della prima vera esperienza collettiva, la prima tragica pagina comune, in cui si decideva il destino d’Italia, nazionale ed internazionale“. Infatti la resistenza sul Piave del 1918 ancor prima della resistenza del 43-45 fu la fiera prova che l’Italia era diventata una realtà irreversibile, uno Stato, una Nazione, giovane sì, ma non meno solidi di altri, costituiti da secoli. Fu una prova terribile per l’Italia unita, poteva scomparire e invece fu un fatto compiuto, perché gli italiani ritrovarono se stessi e la loro identità di Nazione.

L’eredità valoriale della Grande Guerra è data dalla consapevolezza che gli italiani sanno battersi fino al sacrificio per cause giuste. Ciò ha elevato il prestigio dell’esercito italiano; oggi i nostri soldati sono i migliori negli interventi operativi in cui vengono coinvolti durante le missioni di Pace. Non a caso il 4 novembre è stato scelto per onorare le forze armate. La guerra fu una cosa seria per moltissimi volontari e non; essi non amavano la guerra, tanto meno il modo scriteriato con cui veniva fatta. Non si approvava che si perdessero tante vite per mancata preveggenza o insufficienza di mezzi, ma se per cementare la storia futura della Patria c’era bisogno anche di quel “sangue” così dolorosamente versato, non ci si poteva tirare indietro con la scusa che i generali fossero tanto “ignobili carnefici“. Qui emerge a caratteri cubitali la serietà, il senso del dovere, il coraggio morale dei nostri fanti, che, come sottolinea il professore, “erano consapevoli che per conquistare vittorie bisogna essere disposti a perdere tutto, a fare fino in fondo quello che deve essere fatto“.

Fare memoria, oggi, della Grande Guerra significa adoperarsi in modo che il sacrificio dei martiri italiani non sia un seme che muore, marcendo nel solco della storia, ma sia pianta rigogliosa, fecondata con la scelta continua delle radici a cui affidare il nostro avvenire valoriale, fatto di civiltà, di progresso, di pace, aperto all’intera umanità nello spirito di una fratellanza universale senza limiti e confini. “La Grande Guerra è stata per gli italiani la prima vera esperienza collettiva, – ha affermato il professore Nicola Neri – la prima tragica pagina di una storia comune: dodici battaglie sull’Isonzo, la resistenza sul Piave e sul Grappa, la vittoria a Vittorio Veneto“. Per la prima volta gli italiani sono chiamati a produrre uno sforzo corale, universale, superiore: quando si trattò di andare all’assalto in terre sconosciute per conquistare città di cui non avevano mai sentito nominare, i fanti analfabeti si lasciarono condurre al macello con crescente ribellione, coscienti del non senso di ciò che erano costretti a fare, ma quando si trattò di difendere la Patria, la Casa, la Famiglia, seppero resistere da soli sul Grappa e sul Piave. A questo proposito il relatore con grande passione fa riferimento alla battaglia della conquista di Gorizia nell’agosto del 1916: “per la prima volta un esercito tutto italiano, che aveva cessato di essere tale da circa quindici secoli, sconfisse un esercito tutto straniero con la battaglia di Gorizia. Un valore che non siamo riusciti a perdere anche in 41 mesi di conflitto intenso ed esasperante, che nessuno aveva mai sperimentato, è la grande umanità di cui dettero prova gli italiani. I nemici usavano la mazza ferrata per finire gli italiani feriti. Era un comportamento bestiale tanto che il Comando Supremo ordinò di fucilare sul posto i nemici trovati in possesso di questa arma aberrante. Per non parlare del volo di D’Annunzio su Vienna, autorizzato a condizione che non fossero gettate bombe, per rispetto delle donne, degli anziani e dei bambini, contrariamente al nemico, quando si era costretti ad uccidere. Comportamento in linea con il messaggio inciso sull’antica bandiera italiana, di cui è conservato un esemplare nell’associazione canosina dei bersaglieri, messaggio che denota il comportamento valoriale del soldato: combatti senza odio, vinci senza premio. Una citazione ricca di umanità. Infatti nella memorialistica italiana l’atto dell’uccidere non è mai raccontato, ci si sofferma nella descrizione delle condizioni in cui versavano i fanti combattenti. Questo è un indice di orgoglio, anche se certe volte le circostanze portavano i soldati ad uccidere. Ciò è anche sottolineato da un membro della casa imperiale che interrogato dal nostro ministro degli esteri Grandi così si esprime: artiglieri e marinai, i migliori; i fanti sono molto coraggiosi, ma non sanno odiare abbastanza.”.

Il valore umano che la Grande Guerra ci consegna, conclude il relatore, è la sgrammatizzazione dei rapporti sociali tradizionali e nello stesso tempo l’ingresso delle masse nella storia, trasformando le persone comuni in eroi, non certamente dotati di poteri straordinari, ma persone comuni, che in condizioni tragiche, riescono a fare le scelte giuste, con quel coraggio morale, che c rende capaci di convivere con le proprie paure e di agire per conquistare la parola civile nella vita pubblica e privata, anche con il sacrificio estremo se necessario. L’Italia per compiere se stessa dette tutta se stessa sconfiggendo così un grande impero. Se l’unione nazionale significa nel profondo coesistenza di memorie condivise, la Grande Guerra con i suoi lutti, distruzioni, sventure, patiti insieme ha contribuito a cementare questo senso di nazionalità; esso è un valore da rinverdire e da difendere in ogni tempo, soprattutto nei periodi di crisi, come quello del nostro presente, che per riprendere il cammino di resurrezione, ci obbliga a guardare al nostro passato, alla memoria collettiva della italianità, perché abbiamo tutte le carte per vincere, come i nostri “Fanti“.
Agata Pinnelli

 

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