Ci sono diversi Sabino ricordati nel calendario dei santi dell’anno liturgico della Chiesa Cattolica. C’è un Sabino martire in Egitto (┼287), il 13 marzo; il 9 ottobre un eremita in Aquitania (┼VIII sec.), patrono di Saint-Savin in Occitania; un vescovo di Catania (┼760) il 15 ottobre; il 7 dicembre il più noto Sabino (o Savino) di Spoleto (┼303), martire e, probabilmente, vescovo della città umbra, le cui reliquie sono rivendicate da varie città (a Ivrea ci sarebbe il corpo, a Fermo il cranio, a Monselice altri resti…) ed è spesso confuso con altri personaggi omonimi; poi c’è Savino (o Sabino) di Piacenza (┼420), vescovo, l’11 dicembre. Caso alquanto particolare, nel calendario dei santi, è la ricorrenza, il 9 febbraio, del dies natalis di due omonimi e contemporanei: il Sabino di Canusium (┼566) e il Sabino di Abellinum (┼VI sec.), protagonisti dopo morte, loro malgrado, di intriganti e intricate querelle tra città e chiese contrapposte.
Sabino di Avellino (┼VI sec.)
Risultano pressoché inesistenti le fonti documentarie antiche sulla vita dell’avellinese, che è ritenuto, secondo una tradizione, vescovo di Abellinum nel V-VI secolo, secondo altre, senza alcuna credibilità storica, nel I secolo, facendolo discepolo di san Pietro e protovescovo della diocesi. Occorre sottolineare che l’antica Abellinum, città degli Irpini, colonia romana forse fin dall’età di Silla, sorgeva presso l’odierna Atripalda, a 3 km dall’attuale capoluogo irpino, nella località La Civita, dove oggi vi sono interessanti testimonianze archeologiche. Proprio in Atripalda è noto questo Sabino, almeno fin dal Medioevo, per il lungo epitaffio inciso sul suo sarcofago e conservato nel cosiddetto Specus Martyrum, nei sotterranei della chiesa di sant’Ippolisto: secondo tradizione, il 9 febbraio di un anno imprecisato del secolo VI, il santo vescovo ivi morì e fu sepolto, assieme poi ai resti del suo diacono san Romolo, nel luogo ove era ubicata la necropoli paleocristiana che ospitò sant’Ippolisto martire e altri venti santi martirizzati tra il 304 e il 313 d.C. Qui è venerato come santo patrono e festeggiato il 9 febbraio (dies natalis) e il 16 settembre (in ricordo della traslazione avvenuta nel 1612, al termine dei lavori di sistemazione della cripta).
Atripalda vs Avellino
Vi è una lunga e ultra secolare controversia, tutta campanilistica che è andata ben oltre gli aspetti legati alla devozione, tra le limitrofe città di Atripalda ed Avellino, con il coinvolgimento dei rispettivi cleri, studiosi ed eruditi locali, sulla paternità del santo o se trattasi della stessa figura ovvero di due personalità distinte, tanto da tirare in ballo, nella diatriba irpina, anche lo storicamente acclarato santo canosino. Per il clero atripaldese è sempre apparso intollerabile che il santo sepolto nello Specus Martyrum, così legato alla comunità che vi sorse attorno nell’alto medioevo, potesse essere – anche solo chiamato – vescovo di Avellino.
Sabino di Canosa (┼566)
A differenza dei precedenti omonimi, il Sabino pugliese è storicamente attestato come vescovo di Canosa, l’antico e ricco insediamento della Daunia preromana, poi fedele alleata della Roma republicana, municipium in età augustea, successivamente colonia con Antonino Pio e capoluogo della Provincia Apulia et Calabria in età tardo antica, nonché tra le prime e più importanti diocesi paleocristiane meridionali, con una cospicua e accertata cronotassi episcopale. Avendo egli rivestito ruoli di primo piano come delegato pontificio in missioni, ambascerie e concili, tra Roma e Costantinopoli nella prima metà del VI secolo, la sua intensa attività di episcopo è ben documentata da atti conciliari, fonti agiografiche, storico-letterarie, epigrafiche e archeologiche, che ne hanno fatto in vita un uomo di dialogo tra Oriente ed Occidente ed un costruttore di chiese in tutto l’interland della sua diocesi. Sabino morì ultracentenario a Canosa, dopo un lungo episcopato, il 9 febbraio del 566, ivi sepolto in un luogo che, come da lui stesso profetizzato, sarebbe rimasto a lungo ignoto.
Sabino di Canosa vs Sabino di Spoleto
Dopo circa un secolo dalla morte, il suo sepolcro fu rinvenuto grazie ad un episodio miracoloso che ebbe come protagonista un pellegrino ispanico, Gregorio, gravemente malato, in viaggio in Italia per ottenere la guarigione dal vescovo Sabino, così come suggeritogli in sogno. Recatosi a Spoleto, presso la tomba del san Sabino vescovo e martire umbro, fu indirizzato all’omonimo santo vescovo di Canosa, proprio dallo stesso martire spoletino apparsogli in sogno. Ancora oggi capita spesso che i due Sabino, l’umbro e il pugliese, vengano facilmente confusi.
Giunto a Canosa, Gregorio, dopo estenuanti e inutili ricerche, nonché ferventi preghiere, avrà in visione l’apparizione del santo canosino che gli rivelerà il luogo della sepoltura e gli ordinerà di riferire a Teoderada, moglie del duca longobardo di Benevento Romualdo I (671-687), di costruivi una chiesa che diventerà un luogo di pellegrinaggi e di prodigi post mortem.
Sarà poi il vescovo Pietro, il primo agosto dell’anno 800, a traslarne le reliquie dalla chiesa di Teoderada alla cripta sotto l’altare dedicato ai santi martiri Giovanni e Paolo, nella odierna cattedrale, successivamente dedicata al santo il 7 settembre del 1102 da papa Pasquale II.
Canosa vs Bari
È plausibile che tra la fine del IX secolo e l’inizio del successivo sia avvenuto il trasferimento della storica sede arcivescovile da Canosa a Bari, con relativa unificazione del titolo. Il 10 dicembre del 1091, Elia, arcivescovo di Bari e Canosa (1089-1105), a seguito di indagini già intraprese dal suo predecessore Ursone (1078-1089) per verificare leggende sulla presunta presenza dei corpi dei vescovi canosini Rufino e Memore, predecessori di Sabino (i cui resti, a quel tempo, erano da tutti considerati a Canosa), rinviene, in una cavità sotto l’altare della cripta della cattedrale barese, delle ossa avvolte in un panno con su scritto (in latino): “il vescovo Angelario portò il corpo di san Sabino”, a conferma di quanto riportato in un’operetta composta dall’arcidiacono Giovanni e diffusa a Bari in quegli anni. Dunque, secondo questa discutibilissima fonte, un tale e ignoto vescovo Angelario avrebbe traslato il corpo di Sabino all’incirca nell’851, quando Bari era un luogo insicuro, in quanto nelle mani dei Saraceni. Nasce così, intorno al possesso delle reliquie di Sabino, una complicata e infinita querelle tra le due città che si contendevano il primato religioso nella Puglia. Diverse ricognizioni delle ossa sono state effettuate nei secoli: dagli arcivescovi Giovanni nel 1156 e Andrea nel 1224 sino alla più recente, nel 1994 durante l’episcopato di mons. Mariano Magrassi. L’analisi scientifica compiuta su 76 frammenti ossei rinvenuti, riporta la presenza di due individui: nessuno di essi ha corrispondenze con i presumibili dati biometrici di san Sabino. L’enigma non è stato risolto, la querelle continua.
Cattedrale barese vs Basilica di san Nicola
Non poteva mancare un’ulteriore controversia, stavolta tutta interna alla città di Bari. L’inventio delle reliquie di Sabino a Bari avvenne circa quattro anni dopo l’arrivo delle reliquie di san Nicola, trafugate da Myra ad opera di marinai baresi nel 1087, come ci racconta nei suoi resoconti lo stesso Giovanni Arcidiacono, per la cui custodia fu incaricato l’allora abate Elia (futuro arcivescovo alla morte di Ursone nel 1089) che s’impegnò all’edificazione di una straordinaria basilica per il santo arrivato dal mare. La presenza delle reliquie dei due santi “forestieri”, arrivati da Canosa e da Myra, ha portato in età moderna ad una disputa permanente e a fasi alterne tra gli stessi due in concorrenza reciproca per la carica di patrono della città, ad una contrapposizione tra le rispettive liturgie e, conseguentemente, ad una diatriba tra la basilica nicolaiana e quella episcopale. Nei secoli a seguire, da buoni esperti i baresi faranno “carte false” per favorire l’uno o l’altro santo, con inganni e soprusi.
Si cercò di porre rimedio nel 1793, quando la Sacra congregazione dei riti, organo della Curia che disciplinava il culto liturgico, dichiarò che entrambi i santi avevano il diritto di essere chiamati “patroni”, ponendo così Sabino e Nicola sullo stesso piano, ma poi nel 1961, la stessa Congregazione si arrese ponendo San Nicola a protettore principale e San Sabino in secondo piano.
Atripalda vs Canosa
Torniamo al Sabino di Abellinum, patrono di Atripalda. Nella querelle irpina che ha visto per secoli contrapposti il clero di Atripalda e la curia vescovile di Avellino, si è detto in precedenza, è stato tirato in ballo il santo vescovo canosino. La questione ha riguardato soprattutto l’identificazione dei due personaggi. Alcuni storici ed eruditi atripaldesi hanno sostenuto in passato la fantasiosa ipotesi che il Sabino di Canosa morì a Atripalda, dove fu sepolto nello Specus Martyrum. Altri, invece, più recentemente hanno dibattuto (e dibattono) circa l’identità del vescovo Sabinus campanus di cui parlano le fonti antiche, che accompagnò papa Giovanni I nel 525 a Costantinopoli, in una missione imposta dal re goto Teoderico per porre fine ai provvedimenti antiariani emanati nel 524 dall’imperatore Giustino I. Ma per la stragrande maggioranza del mondo accademico, che il campanus sia identificabile con il canosino, è ormai un dato acquisito dalla storiografia.
Uomo di dialogo vs santo delle diatribe
Abbiamo osservato come il vescovo di Canosa, descritto dalle fonti antiche come taumaturgo dalle capacità profetiche, costruttore e restauratore di basiliche, strenuo difensore della Chiesa di Roma e uomo di dialogo tra Oriente ed Occidente, è stato protagonista post mortem, suo malgrado, di numerose e infinite querelle tra fedeli, chiese, istituzioni, città e studiosi. Il 9 febbraio si commemora da secoli, nel calendario dei santi, l’ascensione al cielo contemporaneamente del Sabino vescovo di Canusium, patrono di Canosa di Puglia, Bari, Torremaggiore e del Sabino vescovo di Abellinum, patrono di Atripalda. Dunque, in definitiva, il 9 febbraio potremmo definirlo il dies natalis di san Sabino, uno e bino.
Luigi Di Gioia, esperto in Patrimonio Culturale, ha conseguito diversi titoli accademici e formativi, tra cui una laurea magistrale in “Management dei Beni Culturali” (Storia dell’Arte) presso l’Università di Macerata, una laurea in “Conservazione dei Beni Culturali” presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e un diploma universitario in “Operatore dei Beni culturali” presso l’Università di Bari (entrambi in indirizzo archeologico), un master del FSE attuato dalla Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa presso il Pastis di Brindisi in “Turismo e Beni Culturali.



































