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Home Rubriche Le lettere di Agata Pinnelli

Con la Memoria, una Libertà ritrovata.

La parola a Maria Gabriella Macini Fazio

Gennaio 24, 2015
in Le lettere di Agata Pinnelli
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La forza della memoria.
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Le giornate della Memoria (27 gennaio) e del Ricordo (10 febbraio) sono correlate da un denominatore comune: “Ricordare per non dimenticare” rispettivamente i cittadini italiani perseguitati dalle leggi razziali, i deportati, i morti nei campi di sterminio e gli infoibati, gli esodati della Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, il cui dramma subì una rimozione collettiva che oggi si vuole colmare con il ricordo e lo studio. “Va ricordato – ha affermato il Presidente della Repubblica uscente Giorgio Napolitano – l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe […] e va ricordata […] la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci le responsabilità dell’aver negato, o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali”.

Il diritto culturale alla memoria si coniuga alla speranza che il martirio e la morte di milioni di persone non siano stati vani, ma che restino un monito contro la brutalità dell’uomo, nonché alla necessità della memoria come dovere perché il silenzio e l’indifferenza offendono la fatica dolorosa del ricordo, impediscono la salvaguardi della propria identità, delle proprie radici, la solidarietà, il sentimento di unità del genere umano e della fratellanza che ne deriva. In una parola annientano la speranza del futuro. “Paragonate all’Olocausto per la sistematicità delle esecuzioni, le Foibe, con le loro cavità carsiche, generarono un vuoto anche metaforico – afferma la scrittrice Giuseppina Mellace – una non morte, cancellando la rielaborazione del lutto e il rispetto del defunto, divenuto in quel momento un semplice oggetto da gettare in una discarica. Nella martoriata regione giuliana non si moriva per presunte questioni razziali bensì per motivi politici, sociali ed economici creando una catena di violenze per un processo di epurazione, anche se non si può parlare di una vera e propria pulizia etnica o genocidio, ma di un tentativo di eliminazione della società italiana, voluta, decisa ed organizzata per strutturare il nuovo ordine nella futura Jugoslavia”.

A differenza degli ebrei i pochi sopravvissuti alle violenze furono costretti ad intraprendere la via del non ritorno, ad essere per sempre esuli e non profughi, perché al momento della partenza sapevano già di non poter mai più tornare. In questo contesto si inserisce l’incontro con la scrittrice Maria Gabriella Macini Fazio, figlia di esodati dalla Venezia Giulia, organizzato dall’Istituto Comprensivo “Foscolo –Lomanto” per il 27 gennaio, alle ore 9,00, presso il Centro Servizi Culturale di Canosa di Puglia (BT) nell’ottica di aprire un dibattito sul tema in oggetto attraverso il suo libro “Le radici del futuro” e la sua esperienza. Grazie ai portali comunicativi di “CanosaWeb” ho avuto la preziosa occasione di interloquire con Lei, interiorizzare questi pezzi della nostra storia recente, sottaciuti e considerati incidenti di percorso, di porle alcune domande.

Chi è Maria Gabriella Macini Fazio: carattere, titolo di studio, professione svolta, professione che avrebbe voluto esercitare … Maria Gabriella è una vecchia ragazza dal carattere ribelle(ancora), anticonformista, sognatrice e inguaribilmente ottimista. Testarda, tenace e dotata di senso dell’umorismo. Lavoro presso una multinazionale della telefonia, avrei voluto insegnare, ma la vita mi ha portato altrove. Maturità scientifica, mancata laurea in lettere e filosofia. Abbandonai gli studi in seguito ad una grave crisi esistenziale durante la quale decisi di vagare un po’ per il mondo; un po’ per scoprire me stessa ma più che altro per scoprire il mondo, e debbo dire che è stata una meravigliosa esperienza di vita che mi ha arricchita tantissimo.
L’importanza dei social network per narrare e condividere la storia, la cultura e l’arte … I social network sono un ottimo veicolo per trasmettere e acquisire conoscenza, chiaramente vanno opportunamente usati (e lo dico ai ragazzi specialmente) e filtrati, un po’come tutte le cose: saper leggere oltre le righe, e trovo che, proprio per questo, i social diventano veicolo per confronti e discussioni e quindi una specie di agorà nella quale interagire e arricchirsi.
Quando e come è nato l’approccio al mondo della narrativa come strumento di documentazione storica ed autobiografica … L’impulso nasce sicuramente dopo la morte dei miei genitori; il dolore lacerante, la ricerca di qualsiasi oggetto, fatto, racconto che mi riconducesse a loro oltre la mia memoria; una fusione di memorie e ricordi: loro e io, un entità unica, senza spazio e tempo… un tutto pulsante, vivo. Loro, io, la mia gente, la nostra storia: cuore, anima, memoria.
La sua città d’origine … Quale immagine sentimentale si è elaborata grazie ai racconti esperienziali dei suoi genitori e a qualche suo viaggio per ritrovare la memoria seppellita … Sono nata a Novara, ma chiaramente mi sento Fiumana. Fiume è la città di origine dei miei genitori, dei miei avi e poiché siamo un tutto, un’unica entità storica e affettiva, Fiume è la mia città. Ovviamente sono legata a Novara ma l’emozione struggente che mi dà Fiume, solo a nominarla, pur se con nostalgia, dolore e amarezza, è indescrivibile. Il mio ultimo viaggio risale al 2008, in quell’anno, nel mese di aprile, mamma ci lasciò per raggiungere papà in cielo (dove – ne sono certa – c’è una Fiume per tutti gli esuli). È Rijeka oramai, ma nonostante il tentativo da parte del vecchio regime di cancellare ogni traccia di noi, le pietre parlano e trasudano, palpitano… e narrano di noi; persino il vento e il mare mormorano nenie antiche nella nostra meravigliosa lingua, nel nostro bel dialetto. Perciò nel mio cuore Fiume è l’albero della vita, la casa, la madre…
Pur essendo nata in Italia, come ha vissuto il sentimento di italianità …, ha provato qualche sfumatura di estraneità, di rifiuto nei rapporti relazionali nella comunità, al di là dei campi profughi o del villaggio Dalmazia …Ho iniziato a percepire il disagio già alle scuole elementari ma la certezza della diversità è iniziata alle scuole medie, che si trovavano nel centro città. Fuori dai confini del Villaggio, il confronto con la gente era duro. La sensibilità dei bambini, degli adolescenti, è enorme e purtroppo viene messa a dura prova dagli adulti attraverso atteggiamenti che i ragazzi non comprendono in quanto intonsi e liberi dalle coercizioni di pensieri precostituiti e dei luoghi comuni, nonché di logiche e dinamiche che il mondo degli adulti crea. Noi eravamo i profughi, i figli dei profughi, coloro che erano venuti a rubare lavoro e pane e il pregiudizio ci feriva e offendeva. Con il tempo le cose sono cambiate perché sono cambiate le mentalità ma soprattutto –e lo dico con orgoglio-la nostra gente ha dimostrato il proprio valore mantenendo sempre un contegno civile; inoltre il tempo ha fatto sì che la verità inizi a emergere e di conseguenza è stato più facile comprendere la nostra storia. Anche questa intervista è un grande segnale di comprensione e partecipazione, oltre che una civile volontà di conoscere e capire la storia del nostro Paese.
Solitamente siamo abituati a pensare un meridionale che emigra al Nord e non viceversa. Come ha gestito l’interazione con una terra, un mondo, una mentalità tanto diversa … Sorrido sempre a questa domanda che tutti mi pongono, specie qui al sud. Non c’è niente da gestire in realtà, nel mio DNA c’è la diversità che la multi etnicità porta (sono per metà croata, italiana per un quarto, francese per un altro quarto, e annovero tra gli avi anche una bisnonna russa) quindi “so” che la diversità è, e può essere, un punto d’incontro e quindi di serenità. E’ chiaro che nel rispetto del luogo ove vivo ho smussato angoli dei miei limiti ma, in fondo, ho acquisito ulteriore conoscenza di vita, mi sono arricchita e credo di aver trasmesso conoscenza…: uno scambio insomma, costruttivo e sereno, come sempre dovrebbe essere quando i popoli si incontrano.
“Le radici del futuro” è stato il suo primo lavoro di scrittura, ne sono succeduti altri … In realtà non è il primo lavoro. Nel 2009 pubblicai “Noi figli dell’esodo”, prima ancora una raccolta di poesie, in seguito nel 2010 vinsi il premio nazionale di poesia Alfonso Gatto – I Nuovi Angeli -, nel 2011 vinsi il secondo premio sempre per la poesia e sempre Alfonso Gatto. Nello stesso anno scrissi e misi in scena due commedie, una dedicata a Joe Petrosino, la seconda a Giovanni Palatucci. Attualmente sto per pubblicare “l’Orco di sabbia”, un romanzo che tratta della violenza sulle donne. Su questo tema, l’estate scorsa, nella Certosa di Padula – uno dei monumenti più belli d’Europa – abbiamo allestito anche uno spettacolo.
I suoi rapporti con il mondo dell’arte in senso lato, utilizzato per raccontare, testimoniare, denunciare, rappresentare la realtà simbolicamente, per alimentare momenti solitari di riflessione intima …Riflessione intima, emozioni, gioie, dolori, ricordi… come esprimerle? In questo solo l’arte ci può aiutare: chi ha il dono di una bella voce canta, chi ha il dono del pennello dipinge o disegna, chi ha il dono del ballo danza e chi della penna scrive, e poiché il buon Dio ha dato un dono ad ognuno di noi dobbiamo utilizzarlo: l’arte salverà il mondo e in questo la scuola è fondamentale perciò intendo ringraziare tutti gli insegnanti del nostro paese per il meraviglioso, difficile ma prezioso lavoro che svolgono e di riflesso un monito ai nostri politici affinchè sappiano valorizzare un patrimonio umano cosi’ fondamentale per il nostro paese.
Quanto la sua storia pregressa di figlia dell’Esodo ha contribuito a forgiare la donna impegnata che è oggi …Tantissimo! Senza il mio dolore, il dolore della mia gente e le esperienze vissute, non sarei quella che sono, o lo sarei solo in parte.
Quale traccia e messaggio indelebili le hanno lasciato i suoi genitori, vittime di drammatici eventi storici, nonché dell’indifferenza politica e civile …Papà e mamma hanno avuto la dignità che tutta la mia gente ha avuto: hanno saputo narrare e vivere senza odio e ci hanno trasmesso, di conseguenza, il rispetto per il prossimo senza pregiudizi di sorta e una grandissima repulsione verso le ideologie malate, le guerre, il razzismo. Per questo e per molto altro li ringrazierò sempre!
I rapporti di suo padre con gli entusiasmi per il movimento titino della Resistenza, i sogni e le speranze di una libertà, di una dignità umana disillusa; eventuali ribellioni ai comandi titini; esperienze di morte di qualche amico, famiglia davanti ai propri occhi, nonché episodi di violenza alle donne durante le occupazioni… Papà era un giovane che, come tutti in quell’epoca, ha vissuto il dramma della guerra: la loro è stata una generazione senza infanzia né gioventù e specie a Fiume e in Istria hanno vissuto drammi-anche a guerra finita-che pochi hanno vissuto. Orrori che hanno spinto il mio papà e tanti altri alla ribellione; più che un appartenenza politica, a muovere questi ragazzi era un senso di giustizia, l’idea che la loro terra fosse occupata dall’invasore, quindi la lotta contro il nazismo e le sue efferatezze nasceva da un desiderio di libertà. L’impatto con la realtà, per quanto duro, li ha comunque forgiati. Erano fuggiti con i titini convinti che fossero i buoni, i giusti, coloro che avrebbero sconfitto il male, ma trovarono altro male, la diversità era il colore: il nero da una parte, il rosso dall’altra, ma il MALE ERA UNICO. Odio, ideologie malate, razzismo, intolleranza, violenze inaudite. Ben presto si resero conto che la via per la libertà non era quella; ci deve essere anche nella lotta-in qualsiasi lotta-il rispetto per la vita e per la dignità umana. Riflettendo ora so che gli esuli, se avessero voluto, avrebbero potuto costituirsi in bande armate per ribellarsi anche ai titini, ma non lo fecero, consapevoli dell’ulteriore sangue che si sarebbe versato, perciò scelsero la via dell’esodo. Una via dolorosa, difficile e lastricata di nostalgia ma priva di violenza, fuggirono dalla violenza senza colpo ferire, furono feriti, trucidati ma non risposero alla violenza con altra violenza. Grandi!
Perché ha sentito il bisogno, il dovere morale di raccontare l’Esodo e liberarlo dall’oblio, nonostante il dolore che questa operazione porta con sé … Il bisogno nasce dalla consapevolezza che non è la mia storia, o la storia della mia gente, bensi’ la storia del nostro paese. e la storia va narrata, super partes. Si dice che la storia la scrivono i vincitori, ebbene, svincoliamoci da questo nocivo luogo comune, da questa iniqua regola. L’errore nasceva anche dal fatto che l’Italia si presentò, a fine conflitto, come un Paese vincitore, ma non è stato così. Quel pennarello blu degli alleati che tracciò il segno per il quale il nostro Paese cedette l’Istria e la Dalmazia a Tito, la dice lunga non solo sull’esodo ma anche sulla storia presente, sul silenzio istituzionale ancora percepibile, sul negazionismo di alcune fazioni politiche, tutt’ora persistente. È bene che le giovani generazioni sappiano, conoscano e comprendano. E’un preciso dovere morale mio, dell’esodo e del Paese narrare per forgiare generazioni in grado di crescere migliori.
La ritualizzazione del giorno della “Memoria” e del “Ricordo” giova davvero alla memoria degli studenti per un cambiamento rigenerativo nella vita della società … E’ bene che sappiano ma è bene che comprendano che la Memoria e il Ricordo sono per sempre, non solo il 27 gennaio e il 10 febbraio, perciò è importante che la scuola insegni.
Una ragione che lega fortemente ancora oggi l’Esodo istriano, dalmato, fiumano al nostro presente …L’amore indiscusso per la Patria, l’orgoglio per la nostra italianità. L’esodo è italiano due volte: la prima per essere nato italiano, la seconda per aver scelto di essere italiano.
I prossimi impegni …Sarò presente nel territorio ove vivo il 10 febbraio, per un incontro con gli studenti del Vallo di Diano, a seguire altri momenti in Piemonte, Lombardia, Liguria, Sicilia e Lazio, dopodiché la pubblicazione del romanzo “L’orco di sabbia” e in tutto questo il mio pane quotidiano, nell’azienda di telefonia per la quale lavoro.
Un sentito grazie, anche a nome della Redazione di CanosaWeb, per la disponibilità e per aver dedicato del tempo prezioso alle nostre domande.

Agata Pinnelli
Foto a cura di Sabino Mazzarella

 

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