Nel mese di giugno 2023 fu avanzata formalmente la proposta di candidare Canosa di Puglia a Capitale Italiana della Cultura. Una proposta che non nasceva da un impulso estemporaneo, ma da una consapevolezza profonda: quella di custodire uno dei patrimoni archeologici e storici più imponenti e stratificati dell’Italia meridionale. Canosa non è soltanto una città antica. È un palinsesto millenario, un crocevia di civiltà che ha lasciato tracce tangibili e straordinarie. I suoi ipogei raccontano riti, simboli e spiritualità che affondano le radici nel mondo daunio; i monumenti di età romana, come l’Arco di Traiano e il cosiddetto Tempio di Giove Toro, testimoniano il ruolo centrale della città lungo la via Traiana e nel sistema politico e militare dell’Impero. È una continuità storica rara, che attraversa secoli senza soluzione di continuità, e che ha portato i reperti canosini a essere custoditi e valorizzati in numerosi musei internazionali, segno della loro rilevanza universale.
La candidatura, tuttavia, non si limitava alla sola dimensione archeologica. Era una proposta culturale ampia, organica, moderna. Mirava a integrare il paesaggio rurale, l’agricoltura identitaria, la memoria storica e la progettualità futura in un disegno unitario. Guardava al recupero del centro storico non come semplice riqualificazione urbana, ma come rinascita sociale e culturale. Era un progetto che intendeva coniugare tradizione e innovazione, radici e visione, patrimonio e sviluppo sostenibile.
Eppure oggi sorge spontanea una domanda: che fine ha fatto quella proposta?
Con tutto il rispetto per L’Aquila, nominata Capitale Italiana della Cultura 2026 e simbolo indiscusso di rinascita dopo il sisma, resta legittimo interrogarsi. Il concetto di rinascita appartiene forse solo ai territori segnati da tragedie recenti? O anche alle città che da anni lottano contro lo spopolamento, la marginalità percepita, pur possedendo un patrimonio di valore inestimabile?
Canosa avrebbe avuto , e ha tuttora , tutti i requisiti: storia, identità, patrimonio, progettualità, una comunità pronta a mettersi in gioco. Le è stato assegnato il prestigioso Premio “Riccardo Francovich”, riconoscimento importante per la valorizzazione del patrimonio archeologico. Ben venga. È motivo di orgoglio e certifica l’eccellenza del lavoro svolto. Ma non basta a colmare il senso di sospensione, né a soddisfare la curiosità e l’amarezza di molti cittadini. Perché Canosa non è stata riconosciuta? È mancato qualcosa nella strategia? Nel sostegno istituzionale? Nella capacità di fare rete? O semplicemente il suo straordinario patrimonio continua a essere considerato “naturale”, quasi scontato, e quindi meno urgente da valorizzare?
La delusione è profonda. Non per un titolo mancato in sé, ma per l’occasione che sembrava concreta di riscrivere una narrazione diversa, di restituire centralità a una città che per secoli è stata faro di civiltà nel Mediterraneo. La cultura non è solo celebrazione del passato: è strumento di futuro. E Canosa merita un futuro all’altezza della sua storia.
La domanda resta aperta, e con essa la responsabilità collettiva di non lasciare che quella proposta si dissolva nel silenzio. Perché una città con tremila anni di storia non può permettersi di rinunciare alla propria voce.
Rosanna Todisco



































