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Vinci l’indifferenza e conquista la pace

Una riflessione di don Emanuele Tupputi

Gennaio 1, 2016
in Religioni
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Papa Francesco a Molfetta
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“Il vero male è l’indifferenza”: con questa convinzione, Madre Teresa affrontava ogni giorno il contatto con migliaia di malati, di lebbrosi, di senzatetto e di disperati nelle strade di Calcutta.

“Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma dell’indifferenza degli onesti”: così Martin Luther King lottava quotidianamente contro le coscienze perché i suoi fratelli neri d’America riacquistassero una dignità rubata e mai avuta.

Carissimi lettori – esordisce don Emanuele Tupputi – nel solco di queste espressioni si pone anche quella di Papa Francesco che nel messaggio della giornata mondiale della pace 2016 scrive “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”. All’inizio del nuovo anno mi piace condividere con voi alcune riflessioni sulla pace per vincere l’indifferenza e la paura di questo momento storico, “di terza guerra mondiale a pezzi”, ed essere costruttori ed artigiani della pace e di un mondo più fraterno. Per la 49^ giornata mondiale della pace Papa Francesco si rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, quindi anche noi esortandoci a non perdere la speranza ma a credere che è possibile realizzare la giustizia e operare per la pace se incominciamo a vincere l’indifferenza. Il Pontefice ricorda che la pace è un dono di Dio, affidato a tutti gli uomini e a tutte le donne che sono chiamati a realizzarlo. Ogni uomo e ogni donna sulla terra, però, non devono perdere la speranza nella capacità dell’uomo di superare il male con un atteggiamento di corresponsabilità solidale, che è alla radice della vocazione fondamentale della fratellanza e della vita comune.

Carissimi non abbandoniamoci alla rassegnazione, all’indifferenza che umilia, all’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità che arriva. Non dimentichiamoci, come dice Papa Francesco, che “come creature dotate di inalienabile dignità noi esistiamo in relazione con i nostri fratelli e sorelle, nei confronti dei quali abbiamo una responsabilità e con i quali agiamo in solidarietà. Al di fuori di questa relazione, ci si troverebbe ad essere meno umani. E’ proprio per questo che l’indifferenza costituisce una minaccia per la famiglia umana”. Mentre ci incamminiamo verso un nuovo anno, però, non possiamo non riconoscere che nella nostra società: “l’atteggiamento dell’indifferente, di chi chiude il cuore per non prendere in considerazione gli altri, di chi chiude gli occhi per non vedere ciò che lo circonda o si scansa per non essere toccato dai problemi altrui, caratterizza una tipologia umana piuttosto diffusa…ai nostri giorni esso ha superato decisamente l’ambito individuale per assumere una dimensione globale e produrre il fenomeno della “globalizzazione dell’indifferenza”… L’uomo pensa di essere l’autore di sé stesso, della propria vita e della società; egli si sente autosufficiente e mira non solo a sostituirsi a Dio, ma a farne completamente a meno; di conseguenza, pensa di non dovere niente a nessuno, eccetto che a sé stesso, e pretende di avere solo diritti…l’indifferenza verso il prossimo, figlia di quella verso Dio, assume l’aspetto dell’inerzia e del disimpegno, che alimentano il perdurare di situazioni di ingiustizia e grave squilibrio sociale, le quali, a loro volta, possono condurre a conflitti o, in ogni caso, generare un clima di insoddisfazione che rischia di sfociare, presto o tardi, in violenze e insicurezza. In questo senso l’indifferenza, e il disimpegno che ne consegue, costituiscono una grave mancanza al dovere che ogni persona ha di contribuire, nella misura delle sue capacità e del ruolo che riveste nella società, al bene comune, in particolare alla pace, che è uno dei beni più preziosi dell’umanità” (Papa Francesco, 49° Messaggio per la giornata mondiale della pace 2016).

Dunque se veramente vogliamo la pace attiviamoci non restiamo inermi. Iniziamo, nella vita di ogni giorno, ad essere meno indifferenti di fronte agli atteggiamenti socialmente scorretti, anche se non ci toccano direttamente; iniziamo a rispettare le regole e i luoghi di convivenza comune; iniziamo a non dire “cosa mi interessa del mio paese, io in casa mia mi faccio gli affari miei”; iniziamo a farci, in maniera rispettosa e onesta, gli affari degli altri, che sono poi gli affari di tutti; iniziamo a rispettare le nostre strade e chi le percorre guidando con responsabilità, i nostri parchi e i nostri marciapiedi lasciandoli puliti, le nostre strutture segnalandone il degrado, il riposo degli altri (specialmente di anziani e malati) evitando schiamazzi inutili, i diritti dei bambini a giocare in luoghi sicuri evitando di adibirli a qualsiasi altra cosa. Iniziamo una tenera rivoluzione interiore che ci porti ad una conversione del cuore per creare le condizione per una pace vera e duratura in tutti gli ambienti in cui viviamo e lavoriamo. La pace è un dono che va conquistato ogni giorno con la nostra audacia e il nostro impegno. A tal proposito mi piace ricordare una riflessione sulla pace di don Tonino Bello, che è una scossa forte alla rassegnazione e al disfattismo che impera nella società di oggi che sembra costituita da uomini e donne che hanno perso la speranza, la voglia di vivere e di lottare per valori veri. Don Tonino Bello parlando della pace come impegno per migliorare l’umanità tutta cosi si esprimeva: «A dire il vero non siamo molto abituati a legare il termine PACE a concetti dinamici. Raramente sentiamo dire: “Quell’uomo si affatica in pace”, “lotta in pace”, “strappa la vita coi denti in pace”. Più consuete, nel nostro linguaggio, sono invece le espressioni: “Sta seduto in pace”, “sta leggendo in pace”, “medita in pace” e, ovviamente, “riposa in pace”. La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia da camera che lo zaino del viandante. Più il comfort del salotto che i pericoli della strada. Più il caminetto che l’officina brulicante di problemi. Più il silenzio del deserto che il traffico della metropoli. Più la penombra raccolta di una chiesa che una riunione di sindacato. Più il mistero della notte che i rumori del meriggio. Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo. La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio. Rifiuta la tentazione del godimento. Non tollera atteggiamenti sedentari. Non annulla la conflittualità. Non ha molto da spartire con la banale “vita pacifica”. Sì, la pace prima che traguardo, è cammino. E, per giunta, cammino in salita. Vuol dire allora che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi percorsi preferenziali ed i suoi tempi tecnici, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Forse anche le sue soste. Se è così, occorrono attese pazienti. E sarà beato, perché operatore di pace, non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito, ma chi parte».

Carissimi, al termine di un anno e al sorgere di uno nuovo, queste parole cariche di verità e di fresca profezia invitano ognuno di noi ad essere nel mondo segno dell’inquietudine, richiamo del “non ancora”, stimolo dell’ulteriorità, di una cultura dell’incontro e della convivialità. Spina dell’inappagamento, insomma, conficcata nel fianco del mondo. Sprono a vivere al meglio la scommessa della pace vera, che scongiura ogni specie di fatalismo che fa ritenere inutili, se non addirittura controproducenti, le scelte di campo, le prese di posizione, le decisioni coraggiose, le testimonianze audaci, i gesti profetici. Vivere la scommessa della pace in tal maniera ci porterà a sperimentarla come “l’acqua che scende dal cielo: ma siamo noi che dobbiamo canalizzarla affinché, attraverso le condutture appropriate della nostra genialità, giunga a ristorare tutta la terra. Pertanto sarebbe un “bluff” limitarsi a chiedere la pace in chiesa, e poi non muovere un dito” (don Tonino Bello). Queste parole, inoltre, ci esortano anche a passare dalla globalizzazione dell’indifferenza a farci artefici di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità, «a fare dell’amore, della compassione, della misericordia e della solidarietà un vero programma di vita, uno stile di comportamento nelle nostre relazioni gli uni con gli altri» (Papa Francesco, 49° Messaggio per la giornata mondiale della pace 2016); e ci spronano ad essere sempre più costruttori di dialogo e di unità nella diversità per divenire una comunità di credenti coraggiosa, profetica e ricca di operatori/conduttori di pace capaci come «i tecnici delle condutture; gli impiantisti delle reti idrauliche; gli esperti delle rubinetterie di portare l’acqua della pace nella fitta trama dello spazio e del tempo, in tutte le case degli uomini, nel tessuto sociale della città, nei luoghi dove la gente si aggrega e fioriscono le convivenze, servendosi di tecniche diversificate. Ma è bene sottolineare che queste tecniche siano serie, intendano servire l’uomo e facciano giungere l’acqua agli utenti. Senza inquinarla. Se lungo il percorso si introduce del veleno, non si serve la causa della pace. Senza manipolarla. Se nell’acqua si inseriscono additivi chimici, magari a fin di bene, ma derivanti dalle proprie impostazioni ideologiche, non si serve la causa della pace. Senza disperderla. Se lungo le tubature si aprano falle, per imperizia o per superficialità o per mancanza di studio o per difetti tecnici di fondo, non si serve la causa della pace. Senza trattenerla. Se nei tecnici prevale il calcolo, e si costruiscono le condutture in modo tale che vengano favoriti interessi di parte, e l’acqua, invece che diventare beni di tutti, viene fatta ristagnare per l’irrigazione dei propri appezzamenti, non si serve la causa della pace. Senza accaparrarsela. Se gli esperti della condutture si ritengono loro i padroni dell’acqua e non i ministri, i depositari incensurabili di questo bene di cui essi devono sentirsi solo i canalizzatori, non si serve la causa della pace. Senza farsela pagare. Se i titolari della rete idrica si servono delle loro strumentazioni per razionare astutamente le dosi e schiavizzare la gente prendendola per sete, non si serve la causa della pace. Si serve la causa della pace quando l’impegno appassionato dei politici sarà rivolto a che le città vengano allagate di giustizia, le case siano sommerse dai fiumi di rettitudine e le strade cedano sotto una alluvione di solidarietà, secondo quello splendido versetto del profeta Amos: “Fate in modo che il diritto scorra come acqua di sorgente, e la giustizia come un torrente sempre in piena” (Am 5,24)» (Don Tonino Bello, Vegliare nella notte, San Paolo 2007).

Carissimi, anche se quest’anno si chiude con i fatti tragici di attentati, guerre e calamità naturali di grave entità e con situazioni di povertà e degrado sociale, politico ed economico non dobbiamo perdere la speranza e farci prendere dalla paura o dall’indifferenza, ma dobbiamo impegnarci per migliore il nostro mondo con propositi ed intenzioni di pace e di luce. In piedi, allora, costruttori della pace! Non facciamoci prendere dalla paura! Non lasciamoci sgomentare dalle dissertazioni che squalificano come fondamentalismo l’anelito di voler cogliere nel “qui” e nell'”oggi” della Storia i primi frutti del Regno. Con coraggio chiediamo a Dio – conclude don Emanuele Tupputi . di essere profeti di pace, pedagoghi artigiani di pace e annunciatori del Vangelo della pace ed auguri a tutti di un luminoso Anno Nuovo:
Signore Dio di pace, ascolta la nostra supplica!
Abbiamo provato tante volte e per tanti anni
a risolvere i nostri conflitti con le nostre forze e anche con le nostre armi;
tanti momenti di ostilità e di oscurità;
tanto sangue versato; tante vite spezzate;
tante speranze seppellite…
Ma i nostri sforzi sono stati vani.
Ora, Signore, aiutaci Tu!
Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace,
guidaci Tu verso la pace.
Apri i nostri occhi e i nostri cuori
e donaci il coraggio di dire: “mai più la guerra!”;
“con la guerra tutto è distrutto!”.
Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace.
Signore, Dio di Abramo e dei Profeti,
Dio Amore che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli,
donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace;
donaci la capacità di guardare con benevolenza
tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino.
Rendici disponibili ad ascoltare il grido dei nostri cittadini
che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace,
le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono.
Tieni accesa in noi la fiamma della speranza
per compiere con paziente perseveranza
scelte di dialogo e di riconciliazione,
perché vinca finalmente la pace.
E che dal cuore di ogni uomo
siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra!
Signore, disarma la lingua e le mani,
rinnova i cuori e le menti,
perché la parola che ci fa incontrare sia sempre “fratello”,
e lo stile della nostra vita diventi: shalom, pace, salam! Amen.

(Preghiera per la Pace di Papa Francesco)

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